Giustizialisti sottotraccia. Come il Pd è riuscito a diventare vulnerabile sulla storia della decadenza del Cav.
Non è ancora chiaro in che modo Silvio Berlusconi intenda reagire alle conseguenze della sentenza della Cassazione. Allo stato sembra prevalere una linea oltranzista e aggressiva: rottura della maggioranza che sorregge il governo Letta, scioglimento delle Camere, elezioni con la vecchia legge elettorale. Decidano gli italiani. Poi si vedrà. Una linea di condotta che scommette su un moto di simpatia che la sua vicenda umana può suscitare e sulla emozione provocata nell’elettorato di centrodestra da un voto che escluderebbe Silvio Berlusconi dal Senato della Repubblica e dal gioco politico. Scommessa azzardata. di Umberto Ranieri
15 AGO 20

Non è ancora chiaro in che modo Silvio Berlusconi intenda reagire alle conseguenze della sentenza della Cassazione. Allo stato sembra prevalere una linea oltranzista e aggressiva: rottura della maggioranza che sorregge il governo Letta, scioglimento delle Camere, elezioni con la vecchia legge elettorale. Decidano gli italiani. Poi si vedrà. Una linea di condotta che scommette su un moto di simpatia che la sua vicenda umana può suscitare e sulla emozione provocata nell’elettorato di centrodestra da un voto che escluderebbe Silvio Berlusconi dal Senato della Repubblica e dal gioco politico. Scommessa azzardata. Al di là della concreta praticabilità di una tale strategia c’è da chiedersi se essa costituisca una soluzione efficace ai problemi in cui si dibatte il Pdl e allo smarrimento in cui versa il Cavaliere. Non sono convinto che il Pdl sia una forza effimera. E’ una formazione politica che negli ultimi due decenni è giunta anche a rappresentare quasi il 40 per cento degli elettori italiani. Una forza il cui travaglio va rispettato ma che a sua volta ha il dovere di riflettere prima di compiere scelte che possano compromettere il paese e le stesse sorti del centrodestra. Gli italiani non capirebbero perché in una congiuntura così fragile e difficile, proprio quando sembra delinearsi una possibilità di ripresa dell’economia, si debba buttare giù il governo. Credo abbia ragione l’ambasciatore Sergio Romano quando sostiene che non è utile per il paese andare con gli occhi bendati verso una crisi nel momento in cui il maggiore interesse nazionale è la stabilità.
In realtà l’esecutivo Letta andrebbe incalzato a superare lentezze e ritardi, ad andare oltre l’ordinaria amministrazione e ad affrontare i problemi con spirito innovativo a cominciare dalla riduzione del carico fiscale su lavoro e impresa, la scelta di fondo per agganciare la ripresa. Insomma, il Pdl potrebbe pagare caramente una decisione di rottura che apparirebbe unicamente mossa da interessi personali e di parte. Né credo che sarebbe sufficiente la denuncia di una sinistra che si disponesse ad usare il potere giudiziario come una clava o un ombrello protettivo all’ombra del quale riparare le proprie debolezze.
La verità di cui il Pdl dovrebbe prendere consapevolezza è che la condanna definitiva costituisce uno spartiacque nella vicenda politica e umana di Silvio Berlusconi e del centrodestra italiano. C’è una dura realtà con cui fare i conti: tra interdizione, arresti domiciliari o servizi sociali, incandidabilità, il Cavaliere non potrà più direttamente guidare la destra alle elezioni! Possibile che un uomo duttile e realista come Berlusconi non si renda conto che così stanno le cose? Occorre tempo quindi per dare una nuova forma politica all’elettorato moderato e di destra che in questi anni si è ritrovato intorno al Cavaliere. Tempo e intelligenza politica, creatività. E’ una impresa difficile ma non pare ci siano alternative a meno che non prevalga la tentazione di un azzardo dalle conseguenze rovinose. Che il M5s di Grillo e Casaleggio spinga per rompere gli indugi e tornare al voto con l’attuale legge è la conferma che c’è chi spinge il paese al salto nel vuoto. Tempo per avviare una operazione politica che dia rappresentanza al complesso delle forze moderate e di destra. Nel lessico berlusconiano si direbbe “gli italiani che non amano la sinistra” e che erano una maggioranza prima che il Cavaliere irrompesse sulla scena politica e lo sono rimasti negli ultimi due decenni. E non scompariranno nel futuro. Dare vita in sostanza a una aggregazione di forze su basi politiche e programmatiche nuove senza disperdere “quella parte della eredità di Berlusconi ancora utile al paese”. Per fare questo non basta un manipolo di fedelissimi. Occorre tempo. Tempo per condurre una battaglia politica e culturale sulla riforma della giustizia lungo la linea che è stata suggerita da autorevoli collaboratori del Foglio: una modernizzazione del sistema giudiziario da perseguire nell’ottica liberale di un equilibrio dei poteri. Da questo punto di vista il sostegno al referendum promosso dai Radicali appare un aspetto essenziale di questa battaglia.
In quanto al Pd, non sarebbe male se mostrasse una maggiore consapevolezza della tragicità della vicenda politica italiana. A venti anni dal crollo del sistema dei partiti della Prima Repubblica, il leader del centrodestra esce di scena condannato a quattro anni di carcere. Berlusconi è stato sconfitto in un’aula di giustizia, non da una vittoria politica dell’avversario. Non coltivi illusioni né mostri boria chi si considera principale beneficiario della bufera che investe il centrodestra. Sono vantaggi illusori in assenza di una strategia politica all’altezza dei compiti che comporta governare un paese in difficoltà come il nostro. La storia politica italiana, dagli anni successivi all’assassinio di Aldo Moro al crollo della Prima Repubblica, lo conferma.
La verità di cui il Pdl dovrebbe prendere consapevolezza è che la condanna definitiva costituisce uno spartiacque nella vicenda politica e umana di Silvio Berlusconi e del centrodestra italiano. C’è una dura realtà con cui fare i conti: tra interdizione, arresti domiciliari o servizi sociali, incandidabilità, il Cavaliere non potrà più direttamente guidare la destra alle elezioni! Possibile che un uomo duttile e realista come Berlusconi non si renda conto che così stanno le cose? Occorre tempo quindi per dare una nuova forma politica all’elettorato moderato e di destra che in questi anni si è ritrovato intorno al Cavaliere. Tempo e intelligenza politica, creatività. E’ una impresa difficile ma non pare ci siano alternative a meno che non prevalga la tentazione di un azzardo dalle conseguenze rovinose. Che il M5s di Grillo e Casaleggio spinga per rompere gli indugi e tornare al voto con l’attuale legge è la conferma che c’è chi spinge il paese al salto nel vuoto. Tempo per avviare una operazione politica che dia rappresentanza al complesso delle forze moderate e di destra. Nel lessico berlusconiano si direbbe “gli italiani che non amano la sinistra” e che erano una maggioranza prima che il Cavaliere irrompesse sulla scena politica e lo sono rimasti negli ultimi due decenni. E non scompariranno nel futuro. Dare vita in sostanza a una aggregazione di forze su basi politiche e programmatiche nuove senza disperdere “quella parte della eredità di Berlusconi ancora utile al paese”. Per fare questo non basta un manipolo di fedelissimi. Occorre tempo. Tempo per condurre una battaglia politica e culturale sulla riforma della giustizia lungo la linea che è stata suggerita da autorevoli collaboratori del Foglio: una modernizzazione del sistema giudiziario da perseguire nell’ottica liberale di un equilibrio dei poteri. Da questo punto di vista il sostegno al referendum promosso dai Radicali appare un aspetto essenziale di questa battaglia.
In quanto al Pd, non sarebbe male se mostrasse una maggiore consapevolezza della tragicità della vicenda politica italiana. A venti anni dal crollo del sistema dei partiti della Prima Repubblica, il leader del centrodestra esce di scena condannato a quattro anni di carcere. Berlusconi è stato sconfitto in un’aula di giustizia, non da una vittoria politica dell’avversario. Non coltivi illusioni né mostri boria chi si considera principale beneficiario della bufera che investe il centrodestra. Sono vantaggi illusori in assenza di una strategia politica all’altezza dei compiti che comporta governare un paese in difficoltà come il nostro. La storia politica italiana, dagli anni successivi all’assassinio di Aldo Moro al crollo della Prima Repubblica, lo conferma.
E veniamo all’applicazione della legge Severino sulla corruzione. So bene che per il Pd i margini sono risicati e tuttavia credo che nella Giunta delle elezioni e nella assemblea di Palazzo Madama sarebbe giusto dare spazio prima di pronunciarsi all’esame di alcuni dubbi sulla applicazione della legge che sono stati sollevati (come scrive Sergio Romano) anche da giuristi non conosciuti per le loro simpatie berlusconiane. La strada in questo delicato passaggio potrebbe essere quella indicata da Valerio Onida: essendo il Senato chiamato ad applicare la legge come “giudice” esso ha il potere di rimettere alla Corte i dubbi non manifestamente infondati di legittimità costituzionale. Probabilmente i dubbi potranno risultare infondati, ma lo affermi la Corte se è il caso. Quello del Pd sarebbe un comportamento costituzionalmente corretto e politicamente utile a mantenere un filo di dialogo tra le parti necessario non tanto per il governo quanto per il futuro della politica in Italia. La sostanza della questione probabilmente non muterebbe. Di qui a qualche mese, quando la Corte d’Appello rideterminerà la durata della pena accessoria dell’interdizione, Berlusconi si troverebbe dinanzi al medesimo problema. Ecco perché siamo a uno spartiacque per il centrodestra e per colui che ne è stato il protagonista assoluto. Una situazione che non la si affronta con una brusca resa dei conti elettorali. Ma con una nuova costruzione politica.
Anche per il Pd si impone uno scatto. Venga fuori da questa stupida querelle sulla data del congresso. Si vada finalmente al confronto tra diversi indirizzi politici. La mia convinzione è che l’unica strada sia nel rilancio del progetto del Partito democratico. Un partito il cui profilo programmatico e ideale consenta di candidarsi a conquistare la maggioranza del paese, a ricostruire le condizioni di una democrazia dell’alternanza, a sconfiggere la destra. Non chiamata a raccolta di tutto ciò che resta della “sinistra eterna” né illusorie alleanze con un centro politico che non esiste ma la capacità di presentarsi al paese con il proprio volto di forza riformatrice. Ecco il ruolo cui potrebbe assolvere Matteo Renzi se si proponesse, candidandosi a segretario, la ricostruzione del Pd al di là di manovre interne e di intese correntizie. Rivolgendosi direttamente agli iscritti onesti e perbene e agli elettori. Poi, quando si giungerà alla scelta del candidato presidente del Consiglio saranno le primarie a decidere.
di Umberto Ranieri