Giovanelli e un Sei Nazioni finito troppo presto
Finita l’era dei pionieri, gli ultimi anni Novanta in Italia furono anni di apprendistato rugbystico in cui il destino, imprevedibile come i rimbalzi della palla ovale, si divertì a far incontrare le strade della Nazionale italiana di rugby e quella di uno scalcagnato club universitario romano. Teatro dell'incontro fu la Scozia, dove entrambe le squadre avevano una partita da giocare. Sul perché ci si ritrovò lassù occorre dire. E dire non dei diciottenni, di entusiasmo e curiosità e ormoni, ché a quell'età il mondo lo si gira così anche se poi gli si dà nome di rugby; ma dire dei grandi, degli Azzurri, e della loro insolita trasferta. di Ronald Giammò
15 AGO 20

Finita l’era dei pionieri, gli ultimi anni Novanta in Italia furono anni di apprendistato rugbystico in cui il destino, imprevedibile come i rimbalzi della palla ovale, si divertì a far incontrare le strade della Nazionale italiana di rugby e quella di uno scalcagnato club universitario romano. Teatro dell'incontro fu la Scozia, dove entrambe le squadre avevano una partita da giocare. Sul perché ci si ritrovò lassù occorre dire. E dire non dei diciottenni, di entusiasmo e curiosità e ormoni, ché a quell'età il mondo lo si gira così anche se poi gli si dà nome di rugby; ma dire dei grandi, degli Azzurri, e della loro insolita trasferta.
Le Union di oltre Manica, persuase da una serie di buone prestazioni, acconsentirono infine al nostro ingresso nel Torneo delle Cinque Nazioni. Più che le tradizioni poterono i risultati. L'Irlanda sconfitta due volte - qui e lì - la Scozia battuta a Treviso, la sbronza di Grenoble e Galles e Inghilterra seriamente impensierite erano delle ottime credenziali da sottoporre all'International Board. E così fu. Biglietto d’ingresso a partire dal 2000 e due anni di tempo per prepararci e farci trovare pronti. Si giocò quindi un primo Sei Nazioni non ufficiale in cui l'Italia avrebbe affrontato a turno la nazionale che riposava nel corso del torneo. Tutte in trasferta. L'inesperienza la si scontava anche così. Ma in patria intanto, quegli ultimi, incredibili, risultati accesero finalmente l'interesse su quello sport. Il rugby non era più materia da incontri carbonari o convegni d'ortopedia. Tagli in ventiduesima pagina, insolite dirette su pay tv, campi sempre più affollati. La Nazionale era diventata il vertice di un movimento sì acerbo, ma colorato, e picaresco.
Rieccoci così in Scozia, Edimburgo, due generazioni a confronto, la sala convegni di un hotel e una sera d'inverno di quattordici anni fa. Staff e allenatori si adoperarono per certificare quella coincidenza: gli uni educarono i propri entusiasmi, gli altri allentarono le corde delle loro responsabilità. Furono scattate foto, scambiati sorrisi e strette di mano. La Storia si era ormai messa in moto. Mancava solo lo Spirito del tempo a confermarle che la strada era quella giusta. E lo Spirito del tempo in quegli anni non andava a cavallo, ma giocava a rugby, si chiamava Massimo Giovanelli ed era il capitano della Nazionale. Giovanelli fece il suo ingresso in sala, la faccia segnata, soppesò tutti con lo sguardo e poi parlò. Disse che delle due partite dell’indomani la più importante era quella che avrebbe giocato quel piccolo club, “chè noi il nostro lo abbiamo fatto arrivando sin qui” e che a chi sarebbe venuto dopo, “maglia azzurra o meno”, sarebbe toccato il compito di tenere quella rotta e “dimostrare che anche in Italia si può giocare a rugby”.
Quando passa, il destino non dà mai appuntamenti. Lascia indizi, sparge suggestioni. L’indomani gli universitari scozzesi non segnarono neanche un punto e i pari età nostrani, inconsapevoli attori di Ovalia, se ne tornarono a casa con la loro storia da raccontare. Un anno dopo, al debutto nel Sei Nazioni, l’Italia superò la Scozia allo stadio Flaminio di Roma e Massimo Giovanelli in uno scontro di gioco riportò il distacco della retina. Restò in campo fino alla fine a godersi la festa già sapendo che quella sarebbe stata la sua prima e ultima partita del torneo. Un cerchio si chiudeva, magari in anticipo, e domani Italia e Scozia daranno un altro giro alla ruota dei loro destini. Non è dato sapere se Giovanelli sarà tra il pubblico di Murrayfield, ma se doveste incontrarlo chiedetegli di quel giorno lassù ad Edimburgo e lui vi dirà che le cose andarono più o meno così.
Rieccoci così in Scozia, Edimburgo, due generazioni a confronto, la sala convegni di un hotel e una sera d'inverno di quattordici anni fa. Staff e allenatori si adoperarono per certificare quella coincidenza: gli uni educarono i propri entusiasmi, gli altri allentarono le corde delle loro responsabilità. Furono scattate foto, scambiati sorrisi e strette di mano. La Storia si era ormai messa in moto. Mancava solo lo Spirito del tempo a confermarle che la strada era quella giusta. E lo Spirito del tempo in quegli anni non andava a cavallo, ma giocava a rugby, si chiamava Massimo Giovanelli ed era il capitano della Nazionale. Giovanelli fece il suo ingresso in sala, la faccia segnata, soppesò tutti con lo sguardo e poi parlò. Disse che delle due partite dell’indomani la più importante era quella che avrebbe giocato quel piccolo club, “chè noi il nostro lo abbiamo fatto arrivando sin qui” e che a chi sarebbe venuto dopo, “maglia azzurra o meno”, sarebbe toccato il compito di tenere quella rotta e “dimostrare che anche in Italia si può giocare a rugby”.
Quando passa, il destino non dà mai appuntamenti. Lascia indizi, sparge suggestioni. L’indomani gli universitari scozzesi non segnarono neanche un punto e i pari età nostrani, inconsapevoli attori di Ovalia, se ne tornarono a casa con la loro storia da raccontare. Un anno dopo, al debutto nel Sei Nazioni, l’Italia superò la Scozia allo stadio Flaminio di Roma e Massimo Giovanelli in uno scontro di gioco riportò il distacco della retina. Restò in campo fino alla fine a godersi la festa già sapendo che quella sarebbe stata la sua prima e ultima partita del torneo. Un cerchio si chiudeva, magari in anticipo, e domani Italia e Scozia daranno un altro giro alla ruota dei loro destini. Non è dato sapere se Giovanelli sarà tra il pubblico di Murrayfield, ma se doveste incontrarlo chiedetegli di quel giorno lassù ad Edimburgo e lui vi dirà che le cose andarono più o meno così.
di Ronald Giammò