Corto circuito del pubblico impiego

Sull’efficacia pratica dei provvedimenti adottati dal governo per riordinare l’accesso al pubblico impiego si potrà giudicare solo quando e se si passerà alla loro applicazione concreta. Le decisioni assunte in termini così generali, come quella di riservare ai cosiddetti precari la metà dei posti a concorso, possono nascondere errori e cedimenti a pressioni corporative o sindacali, perché un conto sono i settori dove si è accumulata una consistente riserva di sottoccupati generici, e altro è il caso in cui in questo modo si fanno passare davanti ai meritevoli quelli che non hanno mai vinto un concorso. Quel che soprattutto richiede una riflessione è il plauso riservato sia da esponenti del governo sia da commentatori autorevoli alla “fine del precariato” nella Pubblica amministrazione.
15 AGO 20
Immagine di Corto circuito del pubblico impiego
Sull’efficacia pratica dei provvedimenti adottati dal governo per riordinare l’accesso al pubblico impiego si potrà giudicare solo quando e se si passerà alla loro applicazione concreta. Le decisioni assunte in termini così generali, come quella di riservare ai cosiddetti precari la metà dei posti a concorso, possono nascondere errori e cedimenti a pressioni corporative o sindacali, perché un conto sono i settori dove si è accumulata una consistente riserva di sottoccupati generici, e altro è il caso in cui in questo modo si fanno passare davanti ai meritevoli quelli che non hanno mai vinto un concorso. Quel che soprattutto richiede una riflessione è il plauso riservato sia da esponenti del governo sia da commentatori autorevoli alla “fine del precariato” nella Pubblica amministrazione. In Italia si definisce precario qualsiasi rapporto di lavoro che non sia a tempo indeterminato, cioè, nel settore pubblico, a vita. Questo implica che l’amministrazione pubblica, in linea di principio, non abbia l’esigenza di realizzare lavori che hanno un inizio e una fine, ma solo una disponibilità di “posti” da occupare. Il caso più noto, quello dell’aumento del numero dei maestri elementari per classe quando si è ridotto per ragioni demografiche il numero degli alunni, è assai istruttivo.
Lo stato non assume dipendenti in funzione del servizio che deve fornire ma modella il servizio in funzione dei dipendenti di cui dispone o che pressioni sindacali, localistiche o clientelari gli impongono di assumere, magari attraverso forme di ampliamento del “precariato” in attesa di una inevitabile regolarizzazione. Basta vedere la differenza tra il numero di postini assunti quando il servizio postale era pubblico e paragonarlo con quello vigente ora, quando funziona secondo regole privatistiche (pur in regime di proprietà pubblica) per comprendere come questa inversione del rapporto tra servizio da prestare e personale da utilizzare abbia devastato per decenni i conti pubblici. Naturalmente anche il lavoro a termine deve essere dignitoso e regolato, ma non è affatto una condizione socialmente e moralmente inaccettabile come sostengono quelli che sono in realtà interessati a mantenere il carattere di “mangiatoia girevole” del pubblico impiego.