Sotto la piazza, l’abisso? / 4
Chi rischia di più nel grande domino dei paesi arabi
Quella del giudicare il rischio politico dei paesi è storia vecchia. In alcuni casi si hanno delle risposte semplici, in altri complesse, se non impossibili. E’ più rischiosa la Svizzera o la Somalia? La risposta è facile. E ora quella difficile: è più rischiosa la Svizzera o l’Austria? La risposta è quasi impossibile da trovare. di Giorgio Arfaras Leggi l'intervento di Vittorio Emanuele Parsi - Leggi l'intervento di Giulio Meotti - Leggi l'intervento di Fiamma Nirenstein
15 AGO 20

Quella del giudicare il rischio politico dei paesi è storia vecchia. In alcuni casi si hanno delle risposte semplici, in altri complesse, se non impossibili. E’ più rischiosa la Svizzera o la Somalia? La risposta è facile. E ora quella difficile: è più rischiosa la Svizzera o l’Austria? La risposta è quasi impossibile da trovare. La difficoltà nel giudicare il rischio politico dei paesi è pomposamente chiamata il problema dei “viciniori”: più i paesi sono simili e meno si conosce la risposta. E’ più rischioso l’Egitto o la Libia? Si potrebbe argomentare in questo modo. In Egitto c’è sempre stata una tradizione militare. I Mamelucchi prima e i Giannizzeri poi sono stati la spina dorsale del potere. Finiti questi, si è avuto il periodo coloniale. Dopo la seconda guerra, i militari hanno preso il potere. In successione: Naguib, Nasser, Sadat e Mubarak. Per quanto scalcinato, in Egitto si è sempre avuto un potere cui fare riferimento.
In Libia, invece, non si ha una tradizione militare della stessa durata e spessore, e la spina dorsale del potere sembra essere una congerie di tribù governate da un tiranno. Detta in altro modo, non si ha in Libia un potere durevole cui fare riferimento. S’immagini una compagnia petrolifera che abbia due pozzi, uno in Egitto e uno in Libia. Quale dei due preferirebbe tenersi in caso di grave crisi politica? La risposta è quello egiziano, perché, bene o male, si sa con chi negoziare. Ragionando sugli effetti della crisi araba sul petrolio, ma anche in generale sulle relazioni commerciali, soprattutto quelle basate sui contratti di lunga durata, l’Egitto è più affidabile. Se le cose stanno in questo modo, la crisi libica è più pericolosa di quella egiziana per le imprese occidentali.
Più in generale, però, non si dovrebbero avere dei grandi rischi, se la crisi resta circoscritta a questi due paesi. La loro produzione di petrolio è, infatti, relativamente modesta. La Libia produce meno del 2 per cento del petrolio mondiale, l’Egitto meno dell’uno per cento. Dal Canale di Suez una volta passava una quota cospicua del trasporto mondiale, poco meno del 10 per cento, adesso ne passa una quota minuscola, circa l’1 per cento. Insomma, se la crisi non tocca la Penisola arabica, dove albergano le riserve di petrolio, non dovrebbe accadere nulla di grave nel mondo. Dopo la rivolta che cosa può accadere in Egitto e Libia, da un punto di vista economico? In Egitto il petrolio è poca cosa, e non si ha una vera industria. E dunque esporta poco e importa molto, anche le materie prime agricole, come il grano. L’Egitto finanzia il disavanzo commerciale grazie alle rimesse degli emigranti e al turismo. Non si ha una struttura di società civile e di economia solida al punto da incoraggiare facilmente la crescita della democrazia e della ricchezza, anche caduto il Tiranno. La Libia è messa molto peggio, perché esporta soltanto petrolio e gas e importa quasi tutto. La società civile è ancora più esile. Caduto il tiranno in Germania, Giappone e Italia si è avuta una gran crescita, ma perché esisteva già una struttura di società civile di economia solida, che nei due paesi arabi non c’è.
di Giorgio Arfaras
In Libia, invece, non si ha una tradizione militare della stessa durata e spessore, e la spina dorsale del potere sembra essere una congerie di tribù governate da un tiranno. Detta in altro modo, non si ha in Libia un potere durevole cui fare riferimento. S’immagini una compagnia petrolifera che abbia due pozzi, uno in Egitto e uno in Libia. Quale dei due preferirebbe tenersi in caso di grave crisi politica? La risposta è quello egiziano, perché, bene o male, si sa con chi negoziare. Ragionando sugli effetti della crisi araba sul petrolio, ma anche in generale sulle relazioni commerciali, soprattutto quelle basate sui contratti di lunga durata, l’Egitto è più affidabile. Se le cose stanno in questo modo, la crisi libica è più pericolosa di quella egiziana per le imprese occidentali.
Più in generale, però, non si dovrebbero avere dei grandi rischi, se la crisi resta circoscritta a questi due paesi. La loro produzione di petrolio è, infatti, relativamente modesta. La Libia produce meno del 2 per cento del petrolio mondiale, l’Egitto meno dell’uno per cento. Dal Canale di Suez una volta passava una quota cospicua del trasporto mondiale, poco meno del 10 per cento, adesso ne passa una quota minuscola, circa l’1 per cento. Insomma, se la crisi non tocca la Penisola arabica, dove albergano le riserve di petrolio, non dovrebbe accadere nulla di grave nel mondo. Dopo la rivolta che cosa può accadere in Egitto e Libia, da un punto di vista economico? In Egitto il petrolio è poca cosa, e non si ha una vera industria. E dunque esporta poco e importa molto, anche le materie prime agricole, come il grano. L’Egitto finanzia il disavanzo commerciale grazie alle rimesse degli emigranti e al turismo. Non si ha una struttura di società civile e di economia solida al punto da incoraggiare facilmente la crescita della democrazia e della ricchezza, anche caduto il Tiranno. La Libia è messa molto peggio, perché esporta soltanto petrolio e gas e importa quasi tutto. La società civile è ancora più esile. Caduto il tiranno in Germania, Giappone e Italia si è avuta una gran crescita, ma perché esisteva già una struttura di società civile di economia solida, che nei due paesi arabi non c’è.
di Giorgio Arfaras