Wojtyla e B-XVI o l’ospedale da campo

Che Giovanni Paolo II fosse un santo, negli anni della collaborazione con lui mi è divenuto di volta in volta sempre più chiaro (…). Giovanni Paolo II non chiedeva applausi, né si è mai guardato intorno preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte. Egli ha agito a partire dalla sua fede e dalle sue convinzioni ed era pronto anche a subire dei colpi. Il coraggio della verità è ai miei occhi un criterio di prim’ordine della santità (…). La prima grande sfida che affrontammo fu la Teologia della liberazione che si stava diffondendo in America latina. di Benedetto XVI
14 AGO 20
Immagine di Wojtyla e B-XVI o l’ospedale da campo
Che Giovanni Paolo II fosse un santo, negli anni della collaborazione con lui mi è divenuto di volta in volta sempre più chiaro (…). Giovanni Paolo II non chiedeva applausi, né si è mai guardato intorno preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte. Egli ha agito a partire dalla sua fede e dalle sue convinzioni ed era pronto anche a subire dei colpi. Il coraggio della verità è ai miei occhi un criterio di prim’ordine della santità (…). La prima grande sfida che affrontammo fu la Teologia della liberazione che si stava diffondendo in America latina. Sia in Europa sia in America del nord era opinione comune che si trattasse di un sostegno ai poveri e dunque di una causa che si doveva approvare senz’altro. Ma era un errore. La povertà e i poveri erano senza dubbio posti a tema dalla Teologia della liberazione e tuttavia in una prospettiva molto specifica. Le forme di aiuto immediato ai poveri e le riforme che ne miglioravano la condizione venivano condannate come riformismo che ha l’effetto di consolidare il sistema: attutivano, si affermava, la rabbia e l’indignazione che invece erano necessarie per la trasformazione rivoluzionaria del sistema. Non era questione di aiuti e di riforme, si diceva, ma del grande rivolgimento dal quale doveva scaturire un mondo nuovo.
La fede cristiana veniva usata come motore per questo movimento rivoluzionario, trasformandola così in una forza di tipo politico. Le tradizioni religiose della fede venivano messe a servizio dell’azione politica. In tal modo la fede veniva profondamente estraniata da se stessa e si indeboliva così anche il vero amore per i poveri. Naturalmente queste idee si presentavano con diverse varianti e non sempre si affacciavano con assoluta nettezza, ma, nel complesso, questa era la direzione. A una simile falsificazione della fede cristiana bisognava opporsi anche proprio per amore dei poveri e a pro del servizio che va reso loro (…). Sulla base della sua dolorosa esperienza, [a Giovanni Paolo II] risultava chiaro che bisognava contrastare quel tipo di liberazione. D’altro canto, proprio la situazione della sua patria gli aveva mostrato che la chiesa deve veramente agire per la libertà e la liberazione non in modo politico, ma risvegliando negli uomini, attraverso la fede, le forze dell’autentica liberazione. Il Papa ci guidò a trattare entrambi gli aspetti: da un lato a smascherare una falsa idea di liberazione, dall’altro a esporre l’autentica vocazione della chiesa alla liberazione dell’uomo. E’ quello che abbiamo tentato di dire nelle due Istruzioni sulla Teologia della liberazione che stanno all’inizio del mio lavoro nella Congregazione per la dottrina della fede (…).
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Una grande sfida fu la nostra partecipazione alla preparazione dell’enciclica Veritatis splendor su problemi di teologia morale. Ha avuto bisogno di lunghi anni di maturazione e rimane di immutata attualità. La Costituzione del Vaticano II sulla chiesa nel mondo contemporaneo, di contro all’orientamento all’epoca prevalente giusnaturalistico della teologia morale, voleva che la dottrina morale cattolica sulla figura di Gesù e il suo messaggio avessero un fondamento biblico. Questo fu tentato attraverso degli accenni solo per un breve periodo, poi andò affermandosi l’opinione che la Bibbia non avesse alcuna morale propria da annunciare, ma che rimandasse ai modelli morali di volta in volta validi. La morale è questione di ragione, si diceva, non di fede (…). E siccome non si poteva riconoscere né un fondamento metafisico né uno cristologico della morale, si ricorse a soluzioni pragmatiche: a una morale fondata sul principio del bilanciamento di beni, nella quale non esiste più quel che è veramente male e quel che è veramente bene, ma solo quello che, dal punto di vista dell’efficacia, è meglio o peggio (…). Studiare questa enciclica rimane un grande e importante dovere (…). Da ultimo è assolutamente necessario menzionare la Evangelium vitae, che sviluppa uno dei temi fondamentali dell’intero pontificato di Giovanni Paolo II: la dignità intangibile della vita umana, sin dal primo istante del concepimento (…). Il mio ricordo di Giovanni Paolo II è colmo di gratitudine. Non potevo e non dovevo provare a imitarlo, ma ho cercato di portare avanti la sua eredità e il suo compito meglio che ho potuto.

Pubblichiamo alcuni stralci dell’intervista concessa da Benedetto XVI al vaticanista Wlodzimierz Redzioch contenuta nel libro “Accanto a Giovanni Paolo II - Gli amici e i collaboratori raccontano”, recentemente pubblicato da Ares.