Un liberal in carrozzina spiega perché il suicidio normalizzato è illiberale

Ben Mattlin muove il cursore sullo schermo con una cannuccia. Per cliccare sul tasto sinistro succhia, per il tasto destro soffia, e invita tutti a commentare il funzionamento del suo mouse con battute da quarta elementare. Ha un riconoscitore vocale che scrive sotto dettatura e per muoversi sulla carrozzina nella sua casa di Los Angeles usa un joystick appoggiato sulle labbra, l’unica parte del corpo che non è stata del tutto intaccata dall’atrofia muscolare spinale.
13 AGO 20
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New York. Ben Mattlin muove il cursore sullo schermo con una cannuccia. Per cliccare sul tasto sinistro succhia, per il tasto destro soffia, e invita tutti a commentare il funzionamento del suo mouse con battute da quarta elementare. Ha un riconoscitore vocale che scrive sotto dettatura e per muoversi sulla carrozzina nella sua casa di Los Angeles usa un joystick appoggiato sulle labbra, l’unica parte del corpo che non è stata del tutto intaccata dall’atrofia muscolare spinale. “Anche un respiro a volte è un’impresa”, spiega Mattlin al Foglio in una lunga email scritta con cannuccia e microfono. Metà dei bambini che nascono con la sua malattia non superano i due anni di vita; Mattlin ne ha appena compiuti cinquanta e da quando è nato deve sopportare una pena ulteriore: i medici che gli dicono che non ne vale la pena. Che una vita del genere non è vita. Il messaggio non troppo subliminale è che ci sono alcuni stati, in America, dove il suicidio assistito è legale e molti altri dove la pratica è ampiamente tollerata e consigliata. Non serve evocare il dottor Jack Kevorkian per trovare abusi in quell’area opaca che protegge medico, paziente e parenti. A scegliere la via che con un eufemismo chiamano “morte dignitosa”, cioè una morte degna di essere morta per mettere fine a una vita indegna di essere vissuta, Mattlin non ci pensa nemmeno e quando il 6 novembre gli elettori del Massachusetts dovevano scegliere con un referendum se legalizzare il suicidio con regolare ricetta medica (proposta poi bocciata) lui sul New York Times ha scritto quanto sia irragionevole rendere il suicidio una pratica di routine, normalizzarlo e disporne come fosse un bene o una cura. “Per i medici rappresento un fallimento professionale, ma io sono più della mia diagnosi e prognosi”, dice, senza nascondere quanto l’influenza, gentile e logorante, delle persone che stanno intorno ai malati come lui può determinare la decisione di farla finita. Tutto cosparso di buone intenzioni: per scaricare correttamente l’indegno fardello bisogna chiamarla libera scelta.
Mattlin si definisce un “buon liberal pro choice” e la laurea ad Harvard è la sua patente di progressismo. Ha una moglie, due figlie, un gatto e una tartaruga; scrive di business su riviste di settore e in estate è uscito in America il suo racconto autobiografico, “Miracle Boy Grows Up” (Skyhorse). Qualche anno fa un’infezione ha alterato il suo delicato equilibrio fisico ed è finito in coma. I medici erano convinti che non valesse la pena tentare di rianimarlo, “ma mia moglie ha detto loro di fare qualunque cosa per curarmi. Non avevo un testamento biologico, e ormai sembra che non si possa entrare in ospedale senza. Molti non considerano la mia vita dignitosa, ma si sbagliano, perché la qualità della vita e il destino ultimo di una persona non sono legati alle condizioni fisiche. Mi guardano e vedono le braccia e le gambe scheletriche, vedono un corpicino immobile senza muscoli e pensano che non ci sia nulla da fare. Presumono di sapere chi sono, ma non lo sanno”. Certo: però se uno il suicidio se lo sceglie dovrebbe essere garantito come un diritto, no? “Il problema – spiega Mattlin al Foglio – del cosiddetto movimento per il ‘diritto alla morte’ è questo: che cos’è una scelta libera? Ci sono molte condizioni difficili nella vita e il suicidio è sempre un’opzione, a prescindere dalla disabilità. Penso che la società dovrebbe fare tutto ciò che può per aiutare i soggetti più deboli – i poveri, i disabili, gli anziani – poi vediamo chi sceglie ancora il suicidio. Se invece rendiamo il suicidio troppo facile, una scelta come un’altra, davvero aiutiamo la libertà delle persone? Davvero questo favorisce la libera scelta?”. Mattlin non teme di definire illiberale la logica di chi sostiene il suicidio assistito in nome della libertà: per distribuire la morte per flebo bisogna prima distinguere le vite degne da quelle indegne, “e non c’è nulla di indegno nell’avere bisogno di qualcuno che ti pulisca, ti imbocchi e si prenda cura di te. Tutti hanno bisogno di qualcuno, anche i non disabili. Vorrei mostrare a tutti che la dipendenza fisica non è la fine del mondo”.

Il piano inclinato
Il rischio per Mattlin è che quello che il ricorso al suicidio sia una “slippery slope”, un piano inclinato: “Temo il fatto che il suicidio assistito diventi una pratica ordinaria. Poi c’è il problema pratico: una volta somministrata la dose letale non si muore subito e magari in quegli istanti cambio idea. Chi difende il mio diritto di cambiare idea? L’unico modo per fermare questa involuzione sottile verso la normalità è mostrare che la vita è una cosa buona. E io ho un sacco di buone ragioni per vivere”.