Un haitiano doc spiega l’orgoglio (costosissimo) del suo popolo

Il telefono di Joel Dreyfuss è sempre occupato. Dal suo ufficio di Washington cerca informazioni su familiari e amici di Haiti. “I miei nonni erano ebrei dell’Alsazia e si sono trasferiti a Haiti a fine Ottocento. Mio padre era un architetto e noi appartenevamo alla borghesia del paese, quella classe professionale che fra gli anni Cinquanta e Sessanta ha abbandonato l’isola per il dispotismo della famiglia Duvalier. Leggi: Le maledizioni dell’isola scomparsa; Leggi: Il soccorso mondiale è l’ultimo rito per scongiurare che Haiti scompaia come Atlantide; Leggi Perché il primo ad arrivare ad Haiti sarà Clinton - Leggi Haiti, l’isola che non c’è più - Leggi Cronaca dall'inferno, la giornata dei volontari ad Haiti - Guarda le immagini /1 - Le immagini / 2 - Le immagini /3 - Le immagini/4 - Guarda il video/1 - il video/2 - Leggi l'articolo di Bill Clinton sul Washington Post - Fai una donazione tramite Avsi
14 AGO 20
Immagine di Un haitiano doc spiega l’orgoglio (costosissimo) del suo popolo
Ogni giorno scrive articoli per tentare di spiegare che Haiti non è soltanto il disastro senza volto raccontato dai giornali, ma un angolo di mondo carico di storia. Una storia che fa i conti con le sue tragedie: “Tutti parlano di Haiti quando accade un disastro, ma si tende a non considerarlo come un paese con una propria identità. Certo, non ci sono infrastrutture, non c’è lavoro, lo stato non funziona e tutto il resto. Ma questo non vuol dire che non abbiamo una nostra cultura indipendente, con scrittori, poeti e musicisti che hanno raccontato la storia del nostro popolo. Capisco che è facile cadere negli stereotipi e dire che, in fondo, tutti i paesi a maggioranza nera sono più o meno uguali fra loro. Anche sul sito del nostro giornale c’è chi manda commenti del tipo ‘Haiti è distrutta, va ricostruita da capo”, ma non funziona così: non si può cancellare tutto, anche quando tutto è distrutto’.
Si inseguono sui giornali le ricostruzioni delle disgrazie immense del popolo haitiano, indicando cause che vanno dalla corruzione dei governi al patto con il diavolo evocato da Pat Robertson. Per Dreyfuss, più che un patto con il diavolo è un patto con i francesi la pietra angolare del declino: “Per la nostra indipendenza dalla Francia abbiamo dovuto pagare un’enorme quantità di denaro come indennizzo. E’ anche per questa imposta gravosissima che lo sviluppo economico di Haiti non è, di fatto, mai partito. Non c’erano infrastrutture ed era difficile costruirle. Non voglio negare le enormi responsabilità dei governi haitiani, ma per tanti anni abbiamo contribuito in modo significativo al budget della Francia. Abbiamo disboscato l’isola per pagare i francesi con i nostri mogani, mentre dall’altra parte gli Stati Uniti si rifiutavano di riconoscere la sovranità a un gruppo di schiavi. E anche Simón Bolívar ci ha ingannati. E’ stato due volte in esilio a Haiti e lì ha reclutato i nostri uomini come soldati, promettendo che avrebbe abolito la schiavitù dopo aver reso indipendente l’America latina: non abolì la schiavitù e alla prima conferenza panamericana gli haitiani non furono invitati. E’ questo il prezzo che Haiti ha pagato per la sua indipendenza”.
Ora che Haiti è collassata, la speranza di Dreyfuss è che si avveri quella solidarietà che non è soltanto data dalla contingenza tragica, ma un aiuto che possa “dare frutti nel tempo”. Di un’Haiti distrutta per sempre, sommersa dalla rivolta della terra, non vuole sentir parlare: “Gli haitiani non staranno a guardare, perché nello spirito del popolo haitiano c’è il desiderio di fare, di costruire. E’ lo stesso spirito che ci ha portati a liberarci dei francesi, una scelta di orgoglio che abbiamo pagato a caro prezzo. Ma ogni haitiano ne è intimamente fiero”. Non si può cancellare tutto, anche quando tutto è distrutto.