Roma e Madrid, la competizione e i fatti
E’ strano osservare che, mentre in Italia molti commentatori hanno letto nell’esito dei vertici di Bruxelles un successo dello spagnolo Mariano Rajoy, che avrebbe ottenuto soldi subito per le sue banche, e un mezzo smacco per Mario Monti che dovrà attendere passaggi complessi per vedere operativo il sostegno anti spread, in Spagna c’è chi pensa l’esatto contrario. L’ex premier socialista Felipe González ha consigliato al suo governo di “dissimulare come fa Monti”.
14 AGO 20

E’ strano osservare che, mentre in Italia molti commentatori hanno letto nell’esito dei vertici di Bruxelles un successo dello spagnolo Mariano Rajoy, che avrebbe ottenuto soldi subito per le sue banche, e un mezzo smacco per Mario Monti che dovrà attendere passaggi complessi per vedere operativo il sostegno anti spread, in Spagna c’è chi pensa l’esatto contrario. L’ex premier socialista Felipe González ha consigliato al suo governo di “dissimulare come fa Monti”. La autorevole editorialista del Mundo Lucía Méndez scrive che Monti “di tecnocrate non ha nemmeno un capello, è piuttosto un cardinale fiorentino”, che usa strumenti di immagine efficaci così che “avendo più problemi della Spagna sembra che ne abbia di meno”. Continua spiegando che Monti non ha la legittimità democratica di cui gode Rajoy, ma che “la legittimità democratica non convince i mercati, che sono quelli che comandano”. Anche quelle che in Italia sono apparse come goffaggini, in Spagna sono lette come efficaci manovre sceniche: “Monti ha il dominio della scena proprio di un regista cinematografico, scrive il Mundo, le sue ministre piangono quando annunciano misure dolorose e lui fa approvare le manovre dopo aver lusingato i parlamentari fino all’alba”.
In realtà il differenziale di spread tra titoli di stato italiani e Bonos, che oscilla tra i 70 e i cento punti, ora a vantaggio nostro, non dipende da supposte abilità da cardinal Mazarino di Monti, o dalla legnosità comunicativa attribuita a Rajoy. Il differenziale è motivato, dal punto di vista dell’economia reale, dalla dimensione ridotta del debito privato italiano, dalla solidità maggiore del sistema bancario, dal livello delle esportazioni e della produzione industriale e dal fatto che la disoccupazione italiana è meno della metà di quella spagnola. Le interpretazioni sui risultati delle trattative europee, invece, sono spesso viziate da provincialismo, in Italia come in Spagna. I due paesi hanno interessi largamente coincidenti per un più equilibrato mix di austerità e promozione della crescita, e anche gli strumenti specifici che interessano i due paesi nell’immediato – sostegno alle banche e fondo per temperare i differenziali di costo del rifinanziamento del debito – in sostanza sono gli stessi. Sui tempi, purtroppo, non decidono né l’Italia né la Spagna e neppure Mario Draghi, sospettato di “nazionalismo” dai commentatori iberici. In realtà, per indurre i partner a tener conto delle esigenze delle due grandi penisole mediterranee, serve una forte unità, com’è peraltro accaduto nei vertici europei. Così l’Eurogruppo ha deciso tra le altre cose di concedere più tempo alla Spagna per ridurre il deficit e di approvare formalmente il protocollo d’intesa per gestire gli aiuti alle banche spagnole. La prima tranche di aiuti, già prevista in luglio, sarà di 30 miliardi. La collaborazione prevale nei fatti, pazienza se nei commenti invece vince la competizione.