Conservatori non cazzoni / 3
Manifesto per conservatori temerari
Sebbene il deficit, il debito nazionale e un’economia distorta siano l’eredità più evidente del New Labour, la sfida principale che devono affrontare gli attuali strateghi politici sta nell’ideologia sintetica promossa con eccezionale enfasi da Tony Blair, Gordon Brown e i loro spin-doctor. Finché questa ideologia continua a dominare, le riforme fiscali, economiche e sociali sono sostanzialmente impossibili da realizzare.
14 AGO 20

[continua] Sebbene il deficit, il debito nazionale e un’economia distorta siano l’eredità più evidente del New Labour, la sfida principale che devono affrontare gli attuali strateghi politici sta nell’ideologia sintetica promossa con eccezionale enfasi da Tony Blair, Gordon Brown e i loro spin-doctor. Finché questa ideologia continua a dominare, le riforme fiscali, economiche e sociali sono sostanzialmente impossibili da realizzare. In quale modo il centrodestra può risolvere questo problema? Come abbiamo visto, nella politica britannica postbellica i punti più alti sul terreno ideologico si sono avuti con il programma di welfare di Clement Attlee e con la rivoluzione del libero mercato promossa da Margaret Thatcher. L’una e l’altra filosofia, profondamente sincere, hanno saputo toccare il cuore dell’opinione pubblica britannica, e, in entrambi i casi, è stato il successo nella battaglia delle idee a permettere la realizzazione di radicali riforme. L’amministrazione del New Labour di Tony Blair e Gordon Brown, al contrario, ha costruito un’ideologia sintetica composta da elementi essenziali di queste due filosofie.
Le crisi possono offrire un terreno fertile per il cambiamento – ma soltanto se il nuovo governo è in grado di ottenere l’adesione dell’elettorato a un programma di riforme fondato su autentiche convinzioni. La competenza può essere sufficiente in tempi di relativa calma, ma la capacità gestionale non è mai sufficiente in periodi di crisi.
Questo punto può essere ribadito ponendosi la domanda su cosa farebbe, in tali circostanze, un governo che già disponesse della superiorità e della confidenza sul terreno ideologico. Con il più alto deficit di tutto il mondo sviluppato, e un’economia in declino, un governo solido, fiducioso nei propri mezzi e sostenuto dall’appoggio popolare prenderebbe concreti provvedimenti per ridurre la spesa pubblica, tagliando non soltanto i costi di gestione amministrativa ma diminuendo anche il peso del sistema del welfare. Le risorse sarebbero trasferite da settori economici ormai incapaci di ulteriore crescita a settori in grado di crescere, si incoraggerebbero gli investimenti e l’imprenditorialità e si promuoverebbe l’autonomia. Si affronterebbero con decisione i problemi istituzionali. Per fare ciò, tuttavia, un governo avrebbe bisogno di assicurarsi il consenso dell’opinione pubblica nei confronti della filosofia che sta alla base delle sue politiche. Ci sono due fattori che, considerati congiuntamente, rendono per il centrodestra molto difficile realizzare oggi un tale programma. Il primo sta nella convinzione che il sistema capitalista abbia sostanzialmente fallito, sia sul piano pratico che su quello morale, come risulta dal test della “onestà”, per quanto semplicistico e distorto possa essere. Il secondo sta nel fatto che per tredici anni il Partito laburista ha favorito un’ideologia sintetica, che non è stata finora sottoposta a un’efficace critica. Infine, per avere successo, una nuova ideologia deve affrontare entrambe le questioni e, inoltre, deve essere in grado di offrire quella che oggi si definisce una “killer application”.
Prima necessità, riabilitare il capitalismo
In Gran Bretagna, come in qualsiasi altro paese del mondo, l’istinto automatico dei politici di centrodestra è quello di difendere il capitalismo del libero mercato. Ma il capitalismo attuale non è forse talmente corrotto da risultare indifendibile? Il tenore di vita del cittadino medio sta riducendosi con una rapidità che non ha precedenti nella storia recente. Allo stesso tempo, l’élite benestante sembra restare più ricca che mai. Non sorprende, perciò, che il sostegno popolare per il sistema capitalistico precipiti sempre più in basso. La prima cosa da riconoscere è che, sebbene nessun sistema si conformi interamente al suo ideale teorico, il capitalismo pratico di oggi assomiglia sempre meno al capitalismo teorico. Inoltre, l’attuale variante del capitalismo non è né equa né efficace. Pertanto ciò di cui abbiamo bisogno è un capitalismo che risulti accettabile per l’opinione pubblica e che sia utile a ciascuno di noi, anziché una variante corrotta vantaggiosa soltanto per una ristretta minoranza. Di conseguenza, non è il classico capitalismo del libero mercato ad avere fallito. Al contrario, come ha detto il dottor Woody Brock, a fallire è stata una versione “imbastardita” del sistema capitalistico, ben diversa dal vero e autentico capitalismo.
Lasciato interamente a se stesso, il capitalismo tende a distruggere gli stessi principi su cui si fonda. L’istinto del business è quello di cercare combinazioni che riducano la competizione, di abbassare i salari (cosa che mette in pericolo la domanda) e di ridurre il libero flusso delle informazioni su cui si basa un efficace funzionamento del mercato. Perciò, lo scopo della regolamentazione, correttamente intesa, dovrebbe essere quello di incoraggiare l’innovazione, la competizione e il flusso delle informazioni, in modo da salvare il capitalismo dall’autodistruzione.
Idealmente, le transazioni e i contratti vengono stipulati liberamente tra parti le cui posizioni di contrattazione sono sostanzialmente uguali, in un contesto in cui le informazioni sono disponibili a tutti. Mentre le aziende cercano di perseguire gli interessi dei loro proprietari, i loro profitti dovrebbero essere strettamente allineati al livello di soddisfazione della domanda dei consumatori. Per l’economia del libero mercato tanto i monopoli quanto i monopolisti sono un anatema. La valutazione dei rischi deve essere concreta e reale, in modo che si produca un solido equilibrio tra rischi e profitti.
Ma nell’attuale versione “imbastardita” del capitalismo non si ha nessuna di queste cose. Le parti contraenti non hanno lo stesso potere di contrattazione. Gli operatori del mercato non hanno un uguale accesso alle informazioni. Non c’è alcun allineamento tra profitti e qualità dei prodotti offerti. Le decisioni non vengono prese dai proprietari del capitale ma, al contrario, dai manager, i cui obiettivi possono essere molto diversi da quelli degli azionisti. Le decisioni non sono sempre razionali. I rischi non sono valutati in modo corretto (i mutui subprime sono un perfetto esempio dei disastrosi effetti di una errata valutazione dei rischi).
Dare potere agli azionisti
Alla gente comune (si tratti di impiegati o di consumatori) deve essere garantito un trattamento migliore. Il punto da cui partire è il riconoscimento delle conseguenze del “divorzio tra proprietà e controllo”. All’inizio della rivoluzione industriale le aziende erano abbastanza piccole da poter essere gestite direttamente dai loro proprietari. Questa relazione si è dissolta con la crescita delle aziende, che dall’ambito locale sono passate a quello nazionale e poi a quello multinazionale. Oggi, quasi tutte le grandi aziende sono gestite da amministratori che agiscono come rappresentanti di un vasto e diversificato corpo di azionisti, ed è estremamente sconsiderato supporre che gli interessi di entrambi siano coincidenti. E’ questo che rende estremamente ingenua la convinzione di Alan Greenspan che le banche agiscano sempre nell’interesse dei loro azionisti.
Il settore bancario rappresenta l’esempio estremo della divergenza tra gli interessi degli azionisti e quelli del management. Nel corso dell’ultimo decennio, mentre gli amministratori delegati delle banche hanno ricevuto enormi retribuzioni, i profitti degli azionisti, nella forma di dividendi e di rivalutazione del capitale, sono stati del tutto insignificanti o addirittura in negativo. Il risentimento pubblico per gli stipendi guadagnati dai banchieri non coglie un punto di cruciale importanza: questi stipendi sono stati totalmente fuori fase rispetto ai guadagni degli azionisti, i quali, per la maggior parte, sono gente comune i cui investimenti sono direttamente controllati dalle istituzioni.
Questo, naturalmente, secondo logica non avrebbe dovuto accadere, in quanto gli amministratori delegati hanno un obbligo fiduciario nei confronti degli azionisti. In pratica, questo rapporto è stato sottoposto a notevoli abusi. Gli amministratori delegati si sono presi rischi che mentre nei periodi favorevoli gli garantiscono forti profitti danneggiano invece gravemente gli azionisti quando le cose iniziano ad andare male.
Si potrebbero fare parecchie cose per creare un rapporto più equo tra amministratori delegati e azionisti. Si potrebbero mantenere fondi premio a lungo termine in depositi presso terzi, da cui si possa detrarre denaro nel caso che il rendimento per gli azionisti sia negativo. Regole di trasparenza più rigide potrebbero esigere la pubblicazione dei dati sull’aumento di valore di reddito e capitale di manager e proprietari, in modo da permettere un confronto fra di essi. Tale sistema potrebbe anche richiedere la pubblicazione anonima di tutti i pacchetti di retribuzioni superiori di dieci volte alla media dei guadagni nazionali (quindi, nel Regno Unito, circa 230.000 sterline).
Il settore bancario sostiene che un simile approccio frenerebbe l’innovazione. Ma l’innovazione non è tutto. Un equilibrio tra innovazione e probità è altrettanto importante. I premi per l’innovazione sono giusti, ma non se sono resi esenti da rischi in modi che espongono gli azionisti a possibili perdite e che, in casi estremi, minacciano i contribuenti.
Abbandonare il concetto di “troppo grande per fallire”
I governi di tutto il mondo occidentale devono anche affrontare e risolvere il grande dilemma del “troppo grande per fallire”. La risposta più giusta a questo dilemma, naturalmente, è il ristabilimento della separazione tra attività al minuto a basso rischio e investment banking ad alto rischio. Se le banche d’investimento vogliono assumersi rischi, devono essere libere di farlo, ma le conseguenze negative di un insuccesso non devono essere neutralizzate mettendo le mani nelle tasche dei contribuenti. In mancanza di una separazione completa, si può ricorrere al concetto di bancarotta interna. Se una azienda “normale” fallisce, gli imprenditori ne risentono pesantemente. Nel caso di una bancarotta, queste persone possono perdere il proprio lavoro, i propri beni e i loro investimenti pensionistici, e, in alcune circostanze, rimanere esclusi per lunghi periodi. Se un’operazione di investment banking danneggia una banca fino al punto di rendere necessario l’intervento dei contribuenti, si dovrebbe applicare un provvedimento interno equivalente al normale processo di bancarotta. Sebbene la banca stessa continui a sopravvivere grazie all’intervento dei contribuenti, i suoi amministratori delegati devono essere licenziati, subire la confisca dei loro fondi premio in deposito a garanzia e dei loro piani pensionistici e, in certi casi, restare interdetti dal lavoro. Se, nel salvare le banche in difficoltà, il governo laburista avesse applicato sanzioni di questo tipo ai responsabili, oggi il disprezzo nei confronti dei banchieri non sarebbe così profondo e diffuso.
Impedire lo scoppio di bolle
La Banca centrale del nostro paese deve inoltre avere il potere di impedire lo scoppio di bolle. L’autorità del Monetary Policy Committee deve includere anche il controllo del prezzo degli asset e dell’inflazione al dettaglio, e la Banca d’Inghilterra deve intervenire se i prestatori non si attengono a un prudente rapporto tra prestito e redditto. Il governo deve anche rendersi conto del fatto che elevati prezzi degli immobili non rappresentano necessariamente un vantaggio sociale. Un eccessivo investimento teso a incrementare il valore delle proprietà immobiliari – che sono patrimoni improduttivi – determina una subsidenza di capitale, impedendo gli investimenti in attività autenticamente produttive. Il prezzo inflazionato delle case incoraggia l’eccessiva accumulazione del credito al consumo, e l’elevato costo degli immobili irrigidisce il mercato del lavoro e costituisce un grave ostacolo per i giovani. Ad ogni boom nel prezzo delle case, inoltre, segue inevitabilmente un crollo. Non si può dare alcuna credibilità alla rituale pretesa degli organi di controllo che le bolle dei prezzi degli immobili non si possano prevedere.
Le crisi possono offrire un terreno fertile per il cambiamento – ma soltanto se il nuovo governo è in grado di ottenere l’adesione dell’elettorato a un programma di riforme fondato su autentiche convinzioni. La competenza può essere sufficiente in tempi di relativa calma, ma la capacità gestionale non è mai sufficiente in periodi di crisi.
Questo punto può essere ribadito ponendosi la domanda su cosa farebbe, in tali circostanze, un governo che già disponesse della superiorità e della confidenza sul terreno ideologico. Con il più alto deficit di tutto il mondo sviluppato, e un’economia in declino, un governo solido, fiducioso nei propri mezzi e sostenuto dall’appoggio popolare prenderebbe concreti provvedimenti per ridurre la spesa pubblica, tagliando non soltanto i costi di gestione amministrativa ma diminuendo anche il peso del sistema del welfare. Le risorse sarebbero trasferite da settori economici ormai incapaci di ulteriore crescita a settori in grado di crescere, si incoraggerebbero gli investimenti e l’imprenditorialità e si promuoverebbe l’autonomia. Si affronterebbero con decisione i problemi istituzionali. Per fare ciò, tuttavia, un governo avrebbe bisogno di assicurarsi il consenso dell’opinione pubblica nei confronti della filosofia che sta alla base delle sue politiche. Ci sono due fattori che, considerati congiuntamente, rendono per il centrodestra molto difficile realizzare oggi un tale programma. Il primo sta nella convinzione che il sistema capitalista abbia sostanzialmente fallito, sia sul piano pratico che su quello morale, come risulta dal test della “onestà”, per quanto semplicistico e distorto possa essere. Il secondo sta nel fatto che per tredici anni il Partito laburista ha favorito un’ideologia sintetica, che non è stata finora sottoposta a un’efficace critica. Infine, per avere successo, una nuova ideologia deve affrontare entrambe le questioni e, inoltre, deve essere in grado di offrire quella che oggi si definisce una “killer application”.
Prima necessità, riabilitare il capitalismo
In Gran Bretagna, come in qualsiasi altro paese del mondo, l’istinto automatico dei politici di centrodestra è quello di difendere il capitalismo del libero mercato. Ma il capitalismo attuale non è forse talmente corrotto da risultare indifendibile? Il tenore di vita del cittadino medio sta riducendosi con una rapidità che non ha precedenti nella storia recente. Allo stesso tempo, l’élite benestante sembra restare più ricca che mai. Non sorprende, perciò, che il sostegno popolare per il sistema capitalistico precipiti sempre più in basso. La prima cosa da riconoscere è che, sebbene nessun sistema si conformi interamente al suo ideale teorico, il capitalismo pratico di oggi assomiglia sempre meno al capitalismo teorico. Inoltre, l’attuale variante del capitalismo non è né equa né efficace. Pertanto ciò di cui abbiamo bisogno è un capitalismo che risulti accettabile per l’opinione pubblica e che sia utile a ciascuno di noi, anziché una variante corrotta vantaggiosa soltanto per una ristretta minoranza. Di conseguenza, non è il classico capitalismo del libero mercato ad avere fallito. Al contrario, come ha detto il dottor Woody Brock, a fallire è stata una versione “imbastardita” del sistema capitalistico, ben diversa dal vero e autentico capitalismo.
Lasciato interamente a se stesso, il capitalismo tende a distruggere gli stessi principi su cui si fonda. L’istinto del business è quello di cercare combinazioni che riducano la competizione, di abbassare i salari (cosa che mette in pericolo la domanda) e di ridurre il libero flusso delle informazioni su cui si basa un efficace funzionamento del mercato. Perciò, lo scopo della regolamentazione, correttamente intesa, dovrebbe essere quello di incoraggiare l’innovazione, la competizione e il flusso delle informazioni, in modo da salvare il capitalismo dall’autodistruzione.
Idealmente, le transazioni e i contratti vengono stipulati liberamente tra parti le cui posizioni di contrattazione sono sostanzialmente uguali, in un contesto in cui le informazioni sono disponibili a tutti. Mentre le aziende cercano di perseguire gli interessi dei loro proprietari, i loro profitti dovrebbero essere strettamente allineati al livello di soddisfazione della domanda dei consumatori. Per l’economia del libero mercato tanto i monopoli quanto i monopolisti sono un anatema. La valutazione dei rischi deve essere concreta e reale, in modo che si produca un solido equilibrio tra rischi e profitti.
Ma nell’attuale versione “imbastardita” del capitalismo non si ha nessuna di queste cose. Le parti contraenti non hanno lo stesso potere di contrattazione. Gli operatori del mercato non hanno un uguale accesso alle informazioni. Non c’è alcun allineamento tra profitti e qualità dei prodotti offerti. Le decisioni non vengono prese dai proprietari del capitale ma, al contrario, dai manager, i cui obiettivi possono essere molto diversi da quelli degli azionisti. Le decisioni non sono sempre razionali. I rischi non sono valutati in modo corretto (i mutui subprime sono un perfetto esempio dei disastrosi effetti di una errata valutazione dei rischi).
Dare potere agli azionisti
Alla gente comune (si tratti di impiegati o di consumatori) deve essere garantito un trattamento migliore. Il punto da cui partire è il riconoscimento delle conseguenze del “divorzio tra proprietà e controllo”. All’inizio della rivoluzione industriale le aziende erano abbastanza piccole da poter essere gestite direttamente dai loro proprietari. Questa relazione si è dissolta con la crescita delle aziende, che dall’ambito locale sono passate a quello nazionale e poi a quello multinazionale. Oggi, quasi tutte le grandi aziende sono gestite da amministratori che agiscono come rappresentanti di un vasto e diversificato corpo di azionisti, ed è estremamente sconsiderato supporre che gli interessi di entrambi siano coincidenti. E’ questo che rende estremamente ingenua la convinzione di Alan Greenspan che le banche agiscano sempre nell’interesse dei loro azionisti.
Il settore bancario rappresenta l’esempio estremo della divergenza tra gli interessi degli azionisti e quelli del management. Nel corso dell’ultimo decennio, mentre gli amministratori delegati delle banche hanno ricevuto enormi retribuzioni, i profitti degli azionisti, nella forma di dividendi e di rivalutazione del capitale, sono stati del tutto insignificanti o addirittura in negativo. Il risentimento pubblico per gli stipendi guadagnati dai banchieri non coglie un punto di cruciale importanza: questi stipendi sono stati totalmente fuori fase rispetto ai guadagni degli azionisti, i quali, per la maggior parte, sono gente comune i cui investimenti sono direttamente controllati dalle istituzioni.
Questo, naturalmente, secondo logica non avrebbe dovuto accadere, in quanto gli amministratori delegati hanno un obbligo fiduciario nei confronti degli azionisti. In pratica, questo rapporto è stato sottoposto a notevoli abusi. Gli amministratori delegati si sono presi rischi che mentre nei periodi favorevoli gli garantiscono forti profitti danneggiano invece gravemente gli azionisti quando le cose iniziano ad andare male.
Si potrebbero fare parecchie cose per creare un rapporto più equo tra amministratori delegati e azionisti. Si potrebbero mantenere fondi premio a lungo termine in depositi presso terzi, da cui si possa detrarre denaro nel caso che il rendimento per gli azionisti sia negativo. Regole di trasparenza più rigide potrebbero esigere la pubblicazione dei dati sull’aumento di valore di reddito e capitale di manager e proprietari, in modo da permettere un confronto fra di essi. Tale sistema potrebbe anche richiedere la pubblicazione anonima di tutti i pacchetti di retribuzioni superiori di dieci volte alla media dei guadagni nazionali (quindi, nel Regno Unito, circa 230.000 sterline).
Il settore bancario sostiene che un simile approccio frenerebbe l’innovazione. Ma l’innovazione non è tutto. Un equilibrio tra innovazione e probità è altrettanto importante. I premi per l’innovazione sono giusti, ma non se sono resi esenti da rischi in modi che espongono gli azionisti a possibili perdite e che, in casi estremi, minacciano i contribuenti.
Abbandonare il concetto di “troppo grande per fallire”
I governi di tutto il mondo occidentale devono anche affrontare e risolvere il grande dilemma del “troppo grande per fallire”. La risposta più giusta a questo dilemma, naturalmente, è il ristabilimento della separazione tra attività al minuto a basso rischio e investment banking ad alto rischio. Se le banche d’investimento vogliono assumersi rischi, devono essere libere di farlo, ma le conseguenze negative di un insuccesso non devono essere neutralizzate mettendo le mani nelle tasche dei contribuenti. In mancanza di una separazione completa, si può ricorrere al concetto di bancarotta interna. Se una azienda “normale” fallisce, gli imprenditori ne risentono pesantemente. Nel caso di una bancarotta, queste persone possono perdere il proprio lavoro, i propri beni e i loro investimenti pensionistici, e, in alcune circostanze, rimanere esclusi per lunghi periodi. Se un’operazione di investment banking danneggia una banca fino al punto di rendere necessario l’intervento dei contribuenti, si dovrebbe applicare un provvedimento interno equivalente al normale processo di bancarotta. Sebbene la banca stessa continui a sopravvivere grazie all’intervento dei contribuenti, i suoi amministratori delegati devono essere licenziati, subire la confisca dei loro fondi premio in deposito a garanzia e dei loro piani pensionistici e, in certi casi, restare interdetti dal lavoro. Se, nel salvare le banche in difficoltà, il governo laburista avesse applicato sanzioni di questo tipo ai responsabili, oggi il disprezzo nei confronti dei banchieri non sarebbe così profondo e diffuso.
Impedire lo scoppio di bolle
La Banca centrale del nostro paese deve inoltre avere il potere di impedire lo scoppio di bolle. L’autorità del Monetary Policy Committee deve includere anche il controllo del prezzo degli asset e dell’inflazione al dettaglio, e la Banca d’Inghilterra deve intervenire se i prestatori non si attengono a un prudente rapporto tra prestito e redditto. Il governo deve anche rendersi conto del fatto che elevati prezzi degli immobili non rappresentano necessariamente un vantaggio sociale. Un eccessivo investimento teso a incrementare il valore delle proprietà immobiliari – che sono patrimoni improduttivi – determina una subsidenza di capitale, impedendo gli investimenti in attività autenticamente produttive. Il prezzo inflazionato delle case incoraggia l’eccessiva accumulazione del credito al consumo, e l’elevato costo degli immobili irrigidisce il mercato del lavoro e costituisce un grave ostacolo per i giovani. Ad ogni boom nel prezzo delle case, inoltre, segue inevitabilmente un crollo. Non si può dare alcuna credibilità alla rituale pretesa degli organi di controllo che le bolle dei prezzi degli immobili non si possano prevedere.