L’Italia ha imparato i fondamentali della lezione liberale, ma chi la raccoglierà?

Si può prescindere, nella decodificazione della realtà e nell’elaborazione di nuove politiche concrete di governo, da un robusto sostrato ideale e culturale? E’ questo un interrogativo cruciale, che chi aspira a costruire offerte politiche innovative e responsabili per l’oggi e il domani non può facilmente eludere. La brillante riflessione di Tim Morgan per il Centre for Policy Studies vale tanto per il Regno Unito quanto per i paesi a democrazia avanzata del continente, Italia in testa. di Benedetto Della Vedova e Piercamillo Falasca Leggi Conservatori non cazzoni. Manifesto per una nuova destra - Leggi tutti gli interventi sul manifesto per una nuova destra
14 AGO 20
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Si può prescindere, nella decodificazione della realtà e nell’elaborazione di nuove politiche concrete di governo, da un robusto sostrato ideale e culturale? E’ questo un interrogativo cruciale, che chi aspira a costruire offerte politiche innovative e responsabili per l’oggi e il domani non può facilmente eludere. La brillante riflessione di Tim Morgan per il Centre for Policy Studies vale tanto per il Regno Unito quanto per i paesi a democrazia avanzata del continente, Italia in testa.
In un’epoca di recessione economica, ma anche sociale e politica, l’appeal delle rappresentazioni più semplicistiche e populiste che dilagano per l’Europa tende drammaticamente ad aumentare, fino a condizionare – o infettare – il linguaggio e le posizioni delle forze politiche più tradizionali. A queste pericolose “ideologie sintetiche”, come le definisce Morgan, bisogna saper opporre una “visione” possibile di futuro, che consenta di formare nell’opinione pubblica un consenso morale e intellettuale intorno alle scelte pratiche e inevitabilmente severe che questo scorcio di secolo richiede. “Le crisi possono offrire terreno fertile per il cambiamento – scrive l’autore del paper – ma solo se il governo che arriva è capace di convincere l’elettorato del suo programma di riforme”. I mezzi sono accettati se i fini sono condivisi.
Guardiamo all’Italia. Il quadro d’insieme dell’azione del governo Monti appare con chiarezza dai provvedimenti adottati e dalle prese di posizione del premier. Una politica che taglia spesa pubblica e garantisce equilibrio a un iniquo sistema di welfare, che impone una dolorosa stretta fiscale per evitare il rischio spaventoso dell’insolvenza dello stato (pacta sunt servanda) e che riduce privilegi ormai insostenibili (superando l’intoccabilità dei dipendenti pubblici o la rigidità degli ordini professionali), racconta un’Italia possibile e auspicabile, i cui pilastri siano la libertà di mercato, la disciplina fiscale e istituzioni il più possibile equidistanti dai blocchi corporativi che ipotecano le prospettive di crescita e innovazione.
Si fanno gli interessi dei cittadini, non dei potentati finanziari o dei capitalisti di relazione (leggere l’ultimo libro di Luigi Zingales per farsi un’idea), quando si vietano gli incroci tra poltrone dei vertici delle banche e quando si lavora per tagliare miliardi di sussidi di cui godono aziende private, pubbliche e parapubbliche. Fa parte di questa visione anche riconoscere l’Italia per quel che è, e non per quel che purtroppo potrebbe o dovrebbe essere, e accettare una riforma del lavoro e del welfare non esaustiva (c’è ancora tanto da riformare), ma che intacca finalmente il tabù dell’articolo 18 e delinea un sistema di ammortizzatori sociali a vocazione universale, senza figli e figliastri. Pagato dazio, in Europa non gonfiamo il petto, ma possiamo alzare la voce.
Liberisti sinceri o ritrovati (questi ultimi, magari, hanno da poco lasciato incarichi di governo) criticano l’inasprimento fiscale, in primis la reintroduzione della tassa sulla prima casa. Si deve però riconoscere che è accaduto ciò che tutti paventavamo: che a lasciar che la spesa della Pubblica amministrazione corresse, a negare la crisi e a rimandare le riforme, quel famigerato “lungo periodo” sarebbe pur arrivato e il conto l’avremmo dovuto saldare. Oggi abbiamo una pressione fiscale più alta “sulle cose” – l’Imu, ma anche l’Iva – e una spesa pubblica più bassa. Non è diminuito il carico “sulle persone”, ma quella è la prospettiva, se sapremo hic et nunc tenere la barra dritta.
Eppure nel sostegno all’esecutivo tecnico e alle sue scelte, la maggioranza parlamentare sembra mossa più dalla necessità che dalla convinzione. Così depotenzia, rischiando di sgretolare, la portata culturale e politica dell’esperienza e delle potenzialità della chance Monti (che, come ricorda pure Giuliano Ferrara, è figlio della nostra cultura liberalconservatrice). Con un filo di ottimismo, insomma, verrebbe da dire che in Italia una visione credibile c’è, a torto o a ragione: manca per ora chi voglia farla propria e offrirla come novità assoluta e responsabile agli italiani. Convintamente, con o senza Monti a Palazzo Chigi.
di Benedetto Della Vedova e Piercamillo Falasca