La decrescita non ha età
A meno di non voler attribuire virtù taumaturgiche e perfino retroattive al Consiglio dei ministri e al vertice dell’Unione europea della scorsa settimana, entrambi convocati per discutere di disoccupazione giovanile, il lieve calo dei senza lavoro nella fascia d’età 15-24 anni registrato ieri dai dati Istat porta con sé un solo semplice messaggio: la decrescita del paese non ha età, ma colpisce nel mucchio. Mentre il tasso di disoccupazione dei 15-24enni è sceso infatti a maggio di 1,3 punti percentuali rispetto ad aprile, il numero di disoccupati italiani, pari a 3 milioni 140 mila, è aumentato di 56 mila unità rispetto ad aprile (più 1,8 per cento) e di 480 mila unità rispetto al maggio dell’anno scorso (18,1 per cento).
14 AGO 20

A meno di non voler attribuire virtù taumaturgiche e perfino retroattive al Consiglio dei ministri e al vertice dell’Unione europea della scorsa settimana, entrambi convocati per discutere di disoccupazione giovanile, il lieve calo dei senza lavoro nella fascia d’età 15-24 anni registrato ieri dai dati Istat porta con sé un solo semplice messaggio: la decrescita del paese non ha età, ma colpisce nel mucchio. Mentre il tasso di disoccupazione dei 15-24enni è sceso infatti a maggio di 1,3 punti percentuali rispetto ad aprile, il numero di disoccupati italiani, pari a 3 milioni 140 mila, è aumentato di 56 mila unità rispetto ad aprile (più 1,8 per cento) e di 480 mila unità rispetto al maggio dell’anno scorso (18,1 per cento). Risultato: il tasso di disoccupazione si attesta al 12,2 per cento, 1,8 punti in più rispetto a un anno fa, un record negativo dal 1977. Sono numeri drammatici, non c’è che dire, che confermano però l’inservibilità dell’approccio “settoriale” del governo alla questione lavoro. Anche perché l’idea di concentrarsi esclusivamente sulle misure per incentivare l’occupazione dei giovani potrebbe funzionare in realtà da diversivo per non aggredire i temi più spinosi che frenano la nostra economia, come la necessaria flessibilità in uscita per i lavoratori più garantiti (anche nella Pubblica amministrazione), l’espansione della contrattazione aziendale e l’incentivazione di salari di produttività. Inoltre c’è da tenere presente che il tasso di disoccupazione è da record in tutta l’Ue (12,1 per cento), con squilibri notevoli tra paesi nordici e periferici. Anche da qui emerge un’evidente indicazione di policy: l’architettura attuale dell’Eurozona non solo è poco funzionale, ma rischia di alimentare quel risentimento che potrebbe presto metterla in pericolo. Qualcuno dovrà farlo presente al prossimo vertice a Bruxelles.