L'atomo fuggente
Il terzo uomo di Khamenei
L’ayatollah Ali Khamenei è inquieto. Washington bussa alla porta e lui non si fida. Pensa che chiunque creda che Barack Obama cambierà, nella sostanza, la politica estera americana sia naif. Ma mentre invoca l’odio degli iraniani, la Guida suprema è consapevole che gli usurati slogan rivoluzionari non sono una risposta alle sfide internazionali né un collante nazionale.

L’uomo che doveva dividere con tutti gli iraniani i proventi del petrolio ha fallito e il kingmaker Khamenei deve pensare a un piano B. Puntare su un Ahmadinejad bis di fatto commissariato in economia è una possibilità. Girare la medaglia e mostrare alla comunità internazionale il volto sorridente di Mohammed Khatami è un’altra. Ma tra sconfessare Ahmadinejad e cedere a Khatami c’è un’altra ipotesi da accarezzare: un terzo uomo, che potrebbe rispondere al nome di Yahya Rahim Safavi. La risoluzione 1.737 del Consiglio di sicurezza lo individua tra coloro che “contribuirono materialmente al programma missilistico iraniano”.
Nelle foto che ritraggono l’ayatollah Khamenei, Safavi appare spesso sullo sfondo, seduto a gambe incrociate, lo sguardo devotamente volto verso il suolo e la divisa da generale. Safavi è stato per dieci anni, dal 1997 al 2007, il capo delle Guardie rivoluzionarie. Prima di allora si è distinto sul campo di battaglia nella guerra Iran-Iraq. Tra i pasdaran ha fama di duro, ma essere considerato soltanto “un soldato buono a sparare” è sempre stato il suo cruccio e infatti ama essere chiamato “sayyed” per evocare la discendenza da Hossein Ibn Ali, terzo imam dello sciismo, o “dottore” per vantare il dottorato in geografia, conseguito presso l’università delle Guardie rivoluzionarie. E’ un fedelissimo dell’ayatollah Khamenei: raccontano che fu ferito quando, nel settembre 2007, gli fu imposto di rassegnare il suo incarico in favore del rivale generale Jafari. Secondo alcune voci Safavi saltò “perché era un fan troppo accanito del presidente Ahmadinejad”. Secondo altre fu sostituito perché era troppo falco o, al contrario, troppo moderato.
Quale che fosse il motivo reale, Safavi si è presto potuto consolare. Khamenei lo ha nominato suo consigliere militare e nell’ottobre 2008 questo ruolo si è arricchito di “poteri esecutivi”. “Il leader della rivoluzione – ha annunciato Safavi – mi ha affidato la delega di undici compiti”. Compiti che lo rendono uno dei personaggi più influenti del regime in ambito strategico e militare. Secondo il giornalista iraniano Amir Taheri, Safavi potrebbe rappresentare un salto di qualità per i pasdaran, non soltanto un quadro al potere, ma un vero e proprio leader. Intanto assieme al nuovo status di Safavi sono arrivati un sito web personale e un tour per le province iraniane allo scopo di “organizzare gruppi di sostegno politico”.
Sostegno a chi? Safavi ha finalmente l’opportunità di soddisfare la sua ambizione e l’ammirazione per Ahmadinejad forse è già evaporata. Come il presidente, Safavi può contare sull’appoggio dei pasdaran e dei falchi dell’establishment khomeinista. Ma al contrario di Ahmadinejad sta tessendo rapporti anche con quel mondo del business che ha sempre osteggiato il presidente. In questi mesi ha fatto pesare il suo ascendente sui settori della nomenklatura legati agli affari delle Guardie rivoluzionarie e, attraverso i buoni uffici di familiari espatriati, ha iniziato a far conoscere il suo nome a importanti funzionari europei. Di pari passo con il suo potere è cresciuta la sua diplomazia. Lo stesso Safavi che assicurava che “la Casa Bianca dovrebbe sapere che l’Iran non si piegherà ad alcuna pressione politica o economica” e che “qualsiasi nave ostile che attraverserà il Golfo Persico è a portata dei missili dei pasdaran” di questi tempi si mostra prudente, non esclude il dialogo e saluta con favore l’apertura di Barack Obama.
“Safavi non ha cambiato pelle, non è un campione di fair play – dice al Foglio un alleato di Khatami – Si è dato una calmata perché gliel’ha chiesto Khamenei”. Quando a governare erano i “riformisti” aveva idee chiare su come trattare i suoi avversari. “Troveremo i controrivoluzionari ovunque si trovino, taglieremo loro le mani, la lingua e la testa. Non possiamo tollerarli, mettono a repentaglio la nostra sicurezza. Noi non sopportiamo questa pretesa libertà e tutti i liberali. E se gli studenti si ostinano a gridare libertà, risponderemo con la spada ”. Forse Khamenei ha trovato un degno sostituto di Ahmadinejad.