God save the Queen (e il pil)
I sudditi di Sua Maestà, mentre ieri la Regina Elisabetta II festeggiava il suo 88esimo compleanno, hanno potuto celebrare anche i dati sulla ripresa economica del Regno Unito. Il paese, infatti, si conferma quello che quest’anno crescerà più rapidamente nel gruppo degli stati occidentali. Secondo il Centre for Economics and Business Research (Cebr), il tasso di crescita del pil nel 2014 sarà maggiore di quanto previsto finora: più 3,1 per cento invece che più 2,8. L’Italia, per avere un termine di paragone, quest’anno dovrebbe crescere dello 0,8 per cento.
14 AGO 20

I sudditi di Sua Maestà, mentre ieri la Regina Elisabetta II festeggiava il suo 88esimo compleanno, hanno potuto celebrare anche i dati sulla ripresa economica del Regno Unito. Il paese, infatti, si conferma quello che quest’anno crescerà più rapidamente nel gruppo degli stati occidentali. Secondo il Centre for Economics and Business Research (Cebr), il tasso di crescita del pil nel 2014 sarà maggiore di quanto previsto finora: più 3,1 per cento invece che più 2,8. L’Italia, per avere un termine di paragone, quest’anno dovrebbe crescere dello 0,8 per cento. “Oltre alla fiducia delle imprese a livello record – scrive il Cebr – abbiamo notato che anche la fiducia dei consumatori è cresciuta nei recenti mesi, dopo che si era stabilizzata alla fine del 2013”. Si tratta di fiducia diffusa e ben riposta, considerato che il reddito reale dei consumatori, per quest’anno, dovrebbe infatti tornare a crescere. La bilancia commerciale del paese è in forte e inusitato deficit (il paese importerà quest’anno 79 miliardi di sterline in più di quanto esporterà), ma secodo il Cebr lo sviluppo interno sta diventando più “equilibrato”: l’anno scorso l’81 per cento della crescita si spiegava con la ripresa dei consumi interni, mentre quest’anno il contributo dei consumatori sarà del 46 per cento. Il guizzo non è soltanto statistico, come dimostra il fatto che il numero di disoccupati è sceso al livello più basso dal picco raggiunto durante la crisi (da 2,7 milioni nel 2011 a 2,2 milioni oggi, pari al 6,9 per cento) e i salari per la prima volta dal 2010 sono aumentati adesso più rapidamente dell’inflazione.
Il governo conservatore ha dunque buone ragioni per insistere su una politica di rigore fiscale intelligente, fatta di tagli di spesa pubblica e di contemporanea diminuzione delle tasse (soprattutto sulle imprese). A Londra, ben inteso, non esiste alcuna tagliola aritmetica imposta da Bruxelles (il governo Cameron ha rifiutato di firmare il Fiscal compact); il rapporto deficit/pil, senza vincoli ossessivi, sta comunque seguendo un trend calante: dall’11 per cento del 2009-2010 al 5,5 per cento stimato per il 2014-2015, con il pareggio atteso nel 2018. Va pure osservato che l’interventismo deciso della Bank of England ha consentito in tutti questi anni di abbassare i tassi d’interesse sul debito pubblico: a una politica fiscale sanamente restrittiva, ha fatto dunque da pendant una politica monetaria espansiva. Ma nulla di tutto ciò sarebbe bastato se i conservatori avessero esitato e cambiato linea alle prime difficoltà, che pure ci sono state. Un regime istituzionale fondamentalmente bipartitico, e con forte preminenza del premier che si confronta con un Parlamento vitale nel ruolo di controllore, ha fornito gli strumenti. Con un po’ di piglio politico, si è scelto di usarli. E bene.
Il governo conservatore ha dunque buone ragioni per insistere su una politica di rigore fiscale intelligente, fatta di tagli di spesa pubblica e di contemporanea diminuzione delle tasse (soprattutto sulle imprese). A Londra, ben inteso, non esiste alcuna tagliola aritmetica imposta da Bruxelles (il governo Cameron ha rifiutato di firmare il Fiscal compact); il rapporto deficit/pil, senza vincoli ossessivi, sta comunque seguendo un trend calante: dall’11 per cento del 2009-2010 al 5,5 per cento stimato per il 2014-2015, con il pareggio atteso nel 2018. Va pure osservato che l’interventismo deciso della Bank of England ha consentito in tutti questi anni di abbassare i tassi d’interesse sul debito pubblico: a una politica fiscale sanamente restrittiva, ha fatto dunque da pendant una politica monetaria espansiva. Ma nulla di tutto ciò sarebbe bastato se i conservatori avessero esitato e cambiato linea alle prime difficoltà, che pure ci sono state. Un regime istituzionale fondamentalmente bipartitico, e con forte preminenza del premier che si confronta con un Parlamento vitale nel ruolo di controllore, ha fornito gli strumenti. Con un po’ di piglio politico, si è scelto di usarli. E bene.