Dismissioni zero

Una delle critiche più insistenti e più fondate alle manovre di salvataggio che si sono succedute è l’assenza di un vero impegno alla dismissione del patrimonio pubblico. La riluttanza del sistema istituzionale a vendere beni di cui non fa uso e da cui non trae alcun reddito è diffusa a tutti i livelli. E’ operante una norma, contenuta in uno dei decreti attuativi del federalismo fiscale, che passa alle amministrazioni locali e regionali la proprietà di una quota rilevante del patrimonio edilizio statale, ma non c’è alcun segnale che, anche a livello del territorio, le amministrazioni puntino a risanare i loro bilanci vendendole.
14 AGO 20
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Una delle critiche più insistenti e più fondate alle manovre di salvataggio che si sono succedute è l’assenza di un vero impegno alla dismissione del patrimonio pubblico. La riluttanza del sistema istituzionale a vendere beni di cui non fa uso e da cui non trae alcun reddito è diffusa a tutti i livelli. E’ operante una norma, contenuta in uno dei decreti attuativi del federalismo fiscale, che passa alle amministrazioni locali e regionali la proprietà di una quota rilevante del patrimonio edilizio statale, ma non c’è alcun segnale che, anche a livello del territorio, le amministrazioni puntino a risanare i loro bilanci vendendole. Al contrario si continua, appena si può, a comperare e a costruire, mentre si sostiene che i tagli imposti dalla situazione finanziaria ci costringono a tagliare nel vivo delle prestazioni e dei servizi sociali fondamentali. Anche senza esprimere sospetti su qualche possibile vantaggio obliquo che può derivare dalle acquisizioni (e che onestamente non si può escludere potrebbe inquinare anche le cessioni), resta il problema di questo “mal della pietra” che affligge l’amministrazione pubblica a tutti i livelli.

Uno dei pochi argomenti sensati
che si sono impiegati per spiegare perché le dismissioni non hanno avuto uno spazio nei decreti si riferisce al fatto che se si dichiara l’obbligo di vendere si riduce notevolmente la possibilità di contrattare seriamente sul prezzo, in particolare in una fase in cui l’andamento del mercato è tremendamente calante. Se è così, vorrà dire che le dismissioni si possono e si devono fare ora, dopo che i decreti, come si spera, avranno calmato la tempesta finanziaria, in modo articolato ma effettivo. Naturalmente la dismissione di caserme abbandonate o terreni inutilizzati è una cosa, la dismissione di asset industriali come quelli detenuti dallo stato nel settore energetico, nella tecnologia militare, nelle telecomunicazioni, è un’altra. Rinunciare alle quote in Eni ed Enel, che peraltro danno profitti considerevoli, non è come rinunciare alla Rai, o al meno a una gran parte dei suoi canali. La pressione che viene esercitata dalla grande stampa per le liberalizzazioni è sacrosanta, se però non nasconde tra le pieghe di un ragionamento liberale l’appetito di chi, in Italia o all’estero, sogna di ripetere gli affari d’oro fatti con liberalizzazioni addomesticate come quella del sistema di telefonia fissa. Può essere un sospetto un po’ malizioso, ma qualche precedente lo può giustificare.