Agenda Bce
A luglio 2012 Mario Draghi enunciò a Londra la sua prima eresia di presidente della Bce: quel “faremo tutto il necessario per salvaguardare l’euro, e credetemi sarà abbastanza”, preludio al programma Omt di acquisto diretto di titoli pubblici a medio termine. Il quale, solo come deterrente, ha tirato fuori dai guai Italia e Spagna. Ieri, a quasi un anno di distanza e nel sancta sanctorum di Francoforte, quindi al cospetto dei falchi tedeschi, la seconda eresia: dire che la politica dell’Eurotower resterà accomodante “per un lungo periodo di tempo, e un lungo periodo di tempo non significa sei mesi o un anno, ma significa un lungo periodo di tempo”, è non solo parlare chiaro e prendere i mercati per il verso giusto – lo si è visto dal balzo delle Borse e dal calo degli spread – ma indirizzarsi anche ai propri interlocutori politici, consapevole di poterlo fare.
14 AGO 20

A luglio 2012 Mario Draghi enunciò a Londra la sua prima eresia di presidente della Bce: quel “faremo tutto il necessario per salvaguardare l’euro, e credetemi sarà abbastanza”, preludio al programma Omt di acquisto diretto di titoli pubblici a medio termine. Il quale, solo come deterrente, ha tirato fuori dai guai Italia e Spagna. Ieri, a quasi un anno di distanza e nel sancta sanctorum di Francoforte, quindi al cospetto dei falchi tedeschi, la seconda eresia: dire che la politica dell’Eurotower resterà accomodante “per un lungo periodo di tempo, e un lungo periodo di tempo non significa sei mesi o un anno, ma significa un lungo periodo di tempo”, è non solo parlare chiaro e prendere i mercati per il verso giusto – lo si è visto dal balzo delle Borse e dal calo degli spread – ma indirizzarsi anche ai propri interlocutori politici, consapevole di poterlo fare. Tra questi interlocutori c’è ovviamente in prima fila la Germania. Draghi è atteso dal giudizio della Corte di Karlsruhe, ma soprattutto sa benissimo che il messaggio lasciato fin qui filtrare dalla Bundesbank agli elettori che il 22 settembre voteranno per il Bundestag e la Cancelleria è che i bassi tassi della Bce vengono, chissà perché, pagati dai risparmiatori tedeschi. E’ un dogma fasullo, ma pur sempre un dogma; e l’eresia resta.
E risulterà ancor più evidente quando le Banche centrali fin qui accomodanti – Federal Reserve in testa – cominceranno a ritirare liquidi mentre la Bce ne immetterà. Il secondo interlocutore è il governo italiano, per il quale la riduzione dello spread e del conseguente rendimento da pagare sui Btp è vitale nelle ristrettezze di finanza pubblica. Dunque contano infinitamente più le parole di Draghi di ieri di quelle di mercoledì della Commissione di Bruxelles, che ha innalzato intorno ai margini concessi all’Italia per essere rimasta tra i “virtuosi” un bunker di clausole e condizioni. Eppure, ieri nessun tweet entusiasta è stato lanciato da Enrico Letta, così come in questi mesi non è giunto da Roma nessun sostegno, e neppure apprezzamento, per Draghi. Si dirà che proprio da parte italiana sarebbe stato controproducente, e si sarebbe lesa l’autonomia della Bce; ma Mario Monti riuscì a trovare modi e parole per agire in esplicita sintonia con il capo italiano dell’Eurotower. Mentre sul secondo punto sia Angela Merkel sia Wolfgang Schäuble non hanno esitato a dire la loro, anche in sedi di partito. In realtà, ben più di Monti sempre accusato di sudditanza verso la Germania, Letta ha privilegiato interlocutori diversi: Bruxelles, Berlino. Ora il presidente del Consiglio non ha più alibi. Né per rinviare quelle riforme vere che il presidente della Bce torna a chiedere, né per garantire a Draghi la sponda che merita. I modi come si è visto si trovano, se lo si vuole.