Tutte le ragioni dei tedeschi che combattono gli Eurobond
Nonostante l’esecutivo tedesco appaia compatto nel respingere l’ipotesi di una condivisione europea del debito, ancora ieri Hermann Gröhe, il segretario generale della Cdu, ovvero il partito della cancelliera Angela Merkel, sottolineava che gli Eurobond potranno essere presi in considerazione nella misura in cui si raggiunga la piena convergenza delle politiche fiscali a livello Ue. Precisazione che permetterà forse alla Merkel di cambiare idea qualora il Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) e l’intervento straordinario della Banca centrale europea non dovessero bastare. di Giovanni Boggero
13 AGO 20

Nonostante l’esecutivo tedesco appaia compatto nel respingere l’ipotesi di una condivisione europea del debito, ancora ieri Hermann Gröhe, il segretario generale della Cdu, ovvero il partito della cancelliera Angela Merkel, sottolineava che gli Eurobond potranno essere presi in considerazione nella misura in cui si raggiunga la piena convergenza delle politiche fiscali a livello Ue. Precisazione che permetterà forse alla Merkel di cambiare idea qualora il Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) e l’intervento straordinario della Banca centrale europea non dovessero bastare. Solo nell’ultima settimana Francoforte ha comprato più di 14 miliardi di euro di bond italiani e spagnoli; con gli acquisti resi noti ieri, il totale preso in carico dalla Bce da quando il programma è stato lanciato nel maggio 2010 ha superato per la prima volta la soglia dei 100 miliardi di euro. Una soluzione temporanea che rischia – soprattutto dal punto di vista tedesco – di incrinare l’indipendenza della Bce. Intervistato dall’Handelsblatt, il tedesco Jürgen Stark, membro del comitato esecutivo della Bce, ha spiegato che occorre prima creare “un ministro delle Finanze europeo con poteri di intervento nella politica dei singoli stati” e solo a quel punto si potrà parlare di Eurobond.
Non ne fa invece affatto una questione di tempi Kai Carstensen, economista dell’Ifo Institut di Monaco di Baviera: “Tutti i tentativi di rendere appetibili gli Eurobond alla Germania non riescono in ogni caso a nasconderne il senso – dice al Foglio – si tratta di un sussidio che i paesi a tripla A erogano agli investitori affinché questi non comprino i loro titoli ma quelli degli stati a più alto rischio. Un controllo europeo più stringente si è già dimostrato fallimentare in passato, non vedo perché dovrebbe funzionare adesso”. E poi, aggiunge l’economista, “è davvero il commissariamento da parte di un direttorio franco-tedesco che l’Italia vuole? L’unica via perché uno stato membro possa avere interessi stabilmente bassi è mantenere una politica di bilancio solida e credibile. Roma ha affrontato il problema solo di recente e non già nell’aprile 2010, quando la Grecia finì sotto pressione”. Severo anche il giudizio di Michael Hüther, direttore dell’Istituto di ricerca economica di Colonia: “Gli Eurobond sono una simulazione dello stato europeo, che non vogliamo – spiega al Foglio – Al di là degli ostacoli costituzionali, gli E-bond sarebbero soltanto un peso per i paesi a tripla A e affievolirebbero gli sforzi di risanamento dei paesi in crisi. Al momento tutte le decisioni rilevanti sono state prese il 21 luglio scorso a Bruxelles”. Decisioni che paiono tuttavia non piacere neanche alla Bundesbank, che in un suo comunicato di ieri, oltre a confermare che Berlino crescerà del 3 per cento nel 2011, lamentava la strutturale mancanza di meccanismi per incidere sulla politica di bilancio dei paesi in difficoltà. “Italia e Spagna non hanno problemi di solvibilità – continua Hüther – I mercati chiedono però un risanamento credibile delle finanze pubbliche. Senza contare che, nel caso italiano, una condivisione del debito al 60 per cento ne alleggerirebbe soltanto metà, mentre gli interessi per i Bund tedeschi aumenterebbero di circa un punto all’anno”.
“Non siamo noi a voler dividere in due l’Europa, ma chi propone gli Eurobond”, conclude Hüther. Per Carstensen la via d’uscita è una: “Se uno stato non è in grado di tenere sotto controllo le uscite, l’unica via è quella dell’insolvenza. Vale per le imprese, come per gli stati. Certo sarebbe un colpo anche per l’economia tedesca. Ma un continuo trasferimento di denaro sarebbe ancor più problematico”.
Non ne fa invece affatto una questione di tempi Kai Carstensen, economista dell’Ifo Institut di Monaco di Baviera: “Tutti i tentativi di rendere appetibili gli Eurobond alla Germania non riescono in ogni caso a nasconderne il senso – dice al Foglio – si tratta di un sussidio che i paesi a tripla A erogano agli investitori affinché questi non comprino i loro titoli ma quelli degli stati a più alto rischio. Un controllo europeo più stringente si è già dimostrato fallimentare in passato, non vedo perché dovrebbe funzionare adesso”. E poi, aggiunge l’economista, “è davvero il commissariamento da parte di un direttorio franco-tedesco che l’Italia vuole? L’unica via perché uno stato membro possa avere interessi stabilmente bassi è mantenere una politica di bilancio solida e credibile. Roma ha affrontato il problema solo di recente e non già nell’aprile 2010, quando la Grecia finì sotto pressione”. Severo anche il giudizio di Michael Hüther, direttore dell’Istituto di ricerca economica di Colonia: “Gli Eurobond sono una simulazione dello stato europeo, che non vogliamo – spiega al Foglio – Al di là degli ostacoli costituzionali, gli E-bond sarebbero soltanto un peso per i paesi a tripla A e affievolirebbero gli sforzi di risanamento dei paesi in crisi. Al momento tutte le decisioni rilevanti sono state prese il 21 luglio scorso a Bruxelles”. Decisioni che paiono tuttavia non piacere neanche alla Bundesbank, che in un suo comunicato di ieri, oltre a confermare che Berlino crescerà del 3 per cento nel 2011, lamentava la strutturale mancanza di meccanismi per incidere sulla politica di bilancio dei paesi in difficoltà. “Italia e Spagna non hanno problemi di solvibilità – continua Hüther – I mercati chiedono però un risanamento credibile delle finanze pubbliche. Senza contare che, nel caso italiano, una condivisione del debito al 60 per cento ne alleggerirebbe soltanto metà, mentre gli interessi per i Bund tedeschi aumenterebbero di circa un punto all’anno”.
“Non siamo noi a voler dividere in due l’Europa, ma chi propone gli Eurobond”, conclude Hüther. Per Carstensen la via d’uscita è una: “Se uno stato non è in grado di tenere sotto controllo le uscite, l’unica via è quella dell’insolvenza. Vale per le imprese, come per gli stati. Certo sarebbe un colpo anche per l’economia tedesca. Ma un continuo trasferimento di denaro sarebbe ancor più problematico”.
di Giovanni Boggero