Un weekend di paura e un governo a carte coperte
Pretattiche multiple, dentro e fuori il Palazzo, prima del Cdm della verità
Pretattiche multiple nel tranquillo weekend di paura pre Consiglio dei ministri di lunedì, mentre ieri sera il presidente del Consiglio Monti ha convocato per domenica mattina parti sociali e rappresentanti degli enti locali per illustrare gli interventi che saranno adottati il giorno dopo. Pdl, Pd, industriali e sindacati, alle prese con le misure in fieri del tecno-governo all’insegna di rigore, crescita ed equità vagliano le prime informazioni che trapelano dai palazzi governativi sul pacchetto di provvedimenti dopo l’incontro di ieri al ministero dello Sviluppo.
13 AGO 20

Nel Pdl, Renato Brunetta, e con lui anche Maurizio Sacconi e Antonio Martino, sono pronti a imbracciare, dentro e fuori il Parlamento, la bandiera della defiscalizzazione e della crescita economica. Coerenti con il programma del 2008, questi dirigenti del partito berlusconiano si preparano a rumoreggiare contro l’Ici (o Imu che sia) e contro la patrimoniale già avversata da Silvio Berlusconi nei mesi scorsi. L’ala più montiana del partito berlusconiano farà leva sugli anti tecnocrati per riempire di argomenti i negoziati e ottenere – anche – un ritorno di immagine di fronte all’elettorato un po’ deluso. I dirigenti del Pdl, meno divisi di quanto non sia lecito pensare, sono in realtà già orientati a votare favorevolmente sia la patrimoniale sia la reintroduzione dell’Ici, ma si preparano a chiedere – in cambio – un impegno di Monti a rispettare il dettato di quella che loro chiamano “la nostra eurolettera”, ovvero la lista prescrittiva di interventi liberali che la Bce aveva recapitato lo scorso agosto al governo Berlusconi. E dunque uno scambio: “Sì” alle tasse, ma in cambio degli interventi sul welfare, delle liberalizzazioni delle professioni e dei servizi pubblici. Nel Pdl sono convinti di ottenere così anche un vantaggio negli equilibri politici con il Pd e l’Udc: i provvedimenti sul mercato del lavoro – pensano i berlusconiani – spaccheranno il Pd costringendo a scegliere tra Vendola e Casini.
Nel Pd sono due le strategie adottate dai dirigenti democratici per relazionarsi con il governo Monti (e per provare a incalzarlo). Da un lato ci sono i così detti “Monti boys”, ovvero quel gruppo di esponenti del Pd (veltroniani, lettiani, franceschiniani, fioroniani) che vedono nel nuovo esecutivo un faro utile a indirizzare il partito su una rotta riformista, e che non perdono occasione per elogiare lo spirito “liberale” delle riforme (pensioni, contrattazione aziendale, mercato del lavoro) alle quali sta lavorando la squadra del nuovo presidente del Consiglio.
Dall’altro lato, invece, ci sono i Bersani boys, quei dirigenti del Pd (fra i quali il segretario del Pd e il suo braccio destro Stefano Fassina) più in sintonia con le richieste della Cgil e meno disposti ad appoggiare a occhi chiusi le future riforme del governo Monti. Una sintonia risultata ancora più chiara di fronte alle prime indiscrezioni relative all’ipotesi di portare a 43 gli anni di contribuzione necessari per accedere alle pensioni: con i Monti boys favorevoli al “ritocco” e con i Bersani boys invece molto diffidenti sull’impostazione della riforma proprio come la Cgil. “Il governo deve sapere che 40 è un numero magico intoccabile”, ha detto mercoledì Susanna Camusso, e poche ore dopo lo stesso concetto lo ha espresso il capogruppo (bersaniano) alla Camera del Pd in commissione Lavoro, Cesare Damiano: “E’ improponibile un intervento di quel tipo sulle pensioni di anzianità”. Qualora però il governo dovesse scegliere davvero di toccare quel numero magico, i vertici del Pd (in sintonia con la Cgil) stanno studiando la giusta richiesta da presentare al governo per digerire l’amarissimo boccone. E tutti gli indizi portano a un’unica grande richiesta: se riforma delle pensioni sarà, allora, in nome dell’equità sociale, non potete negarci di offrire ai nostri elettori (e ai nostri iscritti) lo scalpo della patrimoniale.
E anche nell’era del tecno-governo si ripropongono le posizioni delle maggiori confederazioni degli imprenditori e dei lavoratori. Il pacchetto di misure accennate da Monti in Parlamento e ribadite in questi giorni incontrano il consenso di Confindustria: “Dobbiamo fare questa manovra, farla subito e molto bene”, ha detto ieri Emma Marcegaglia, che ritiene necessario “fare le riforme e accompagnare la manovra con alcuni elementi per la crescita e per aiutare le piccole aziende contro il credit crunch, come il rifinanziamento del fondo di garanzia e dei confidi”. Al di là delle critiche di metodo della Cisl (ieri Raffaele Bonanni ha stigmatizzato il governo per non aver coinvolto i sindacati, salvo poi essere convocato al ministero dello Sviluppo da Corrado Passera come Luigi Angeletti della Uil), il sindacato di Via Po non è contrario aprioristicamente a correzioni del sistema pensionistico: un intervento sull’età pensionabile e sulle pensioni di anzianità deve però essere compensato da misure che per equità colpiscano i ceti abbienti.
Con una patrimoniale sulla ricchezza finanziaria e immobiliare, condivisa anche dagli industriali, sia la Cisl sia la Uil potrebbero accettare un pacchetto di misure che contemplino anche la previdenza. Chi, al momento, non intende trattare sul tema è la Cgil: il segretario generale Susanna Camusso (“riforma della previdenza contraria all’equità”, ha detto ieri) deve da un lato contemperare l’esigenza del Pd che non intende smarcarsi troppo dal governo Monti, per cercare di strappare quelle misure eque dal sapore patrimonialistico che il governo del Cav. non aveva accettato, e dall’altro non discostarsi troppo dall’arrembante Fiom-Cgil che può solo alimentare i consensi per la vendoliana Sel.