C’è un giudice a Mosca?
La condanna delle Pussy Riot imbarazza Putin e galvanizza le proteste
Dopo tre estenuanti ore di lettura della sentenza, corredata da dettagliate testimonianze circa i danni morali subiti dalla parte lesa, il giudice Marina Syrova ha detto che le Pussy Riot “possono essere corrette soltanto con la detenzione”. Nadezhda Tolokonnikova, Marina Alyokhina e Yekaterina Samutsevich sono state condannate ieri a due anni di prigione (in carcere hanno già passato cinque mesi, ne rimangono da scontare altri diciannove) per “vandalismo ispirato da odio religioso”.
13 AGO 20

Dopo tre estenuanti ore di lettura della sentenza, corredata da dettagliate testimonianze circa i danni morali subiti dalla parte lesa, il giudice Marina Syrova ha detto che le Pussy Riot “possono essere corrette soltanto con la detenzione”. Nadezhda Tolokonnikova, Marina Alyokhina e Yekaterina Samutsevich sono state condannate ieri a due anni di prigione (in carcere hanno già passato cinque mesi, ne rimangono da scontare altri diciannove) per “vandalismo ispirato da odio religioso”. Le ragazze, parte di una band punk al femminile specializzata in performance a sfondo politico, erano entrate alla fine di febbraio, due settimane prima dell’elezione di Vladimir Putin al Cremlino, nella cattedrale di Cristo Salvatore, a Mosca, e davanti all’iconostasi avevano cantato un inno punk alla Vergine perché liberasse la Russia da Putin. La ricerca di una punizione esemplare da parte dello stato e della chiesa ortodossa si è tradotta nel processo che è arrivato ieri alla conclusione, accompagnato da duemila manifestanti che si sono radunati davanti al palazzo di giustizia di Mosca e da una cinquantina di cortei di solidarietà che si sono formati da New York a Sydney al grido di “Free Pussy Riot!”.
“Le azioni delle ragazze sono sacrileghe, blasfeme e violano le regole della chiesa”, ha spiegato il giudice, anche se alla durezza della sentenza ha fatto da contraltare, qualche ora più tardi, la dichiarazione di quello che nel caso Pussy Riot sembrava l’attore più interessato alla condanna, la chiesa ortodossa. “Senza mettere in dubbio la legittimità della decisione della giustizia, chiediamo alle autorità dello stato di dar prova di clemenza verso le condannate, nella speranza che rinuncino a ripetere questo genere di sacrilegio”, recita un comunicato dell’Alto consiglio della chiesa ortodossa. L’auspicio ecclesiastico ricalca in qualche modo quello espresso da Putin qualche giorno fa, quando si è detto fiducioso in una pena “non troppo severa” per le tre ragazze.
Dmitri Golubovsky, direttore dell’edizione russa della rivista Esquire, su cui è apparsa la prima intervista alle Pussy Riot dopo la “preghiera punk”, spiega al Foglio che si tratta di un “grande errore di valutazione da parte del Cremlino”. “Il governo non credeva che il caso avrebbe ricevuto tanta attenzione da parte dei media internazionali e voleva mostrarsi duro con le ragazze anche per compiacere la chiesa ortodossa”, dice Golubovsky; in effetti le stesse condannate sono rimaste sorprese da quanto il governo abbia voluto caricare il loro caso di componenti simboliche, trasformando le Pussy Riot da estemporaneo gruppo anarcoide in simbolo di libertà. Non va dimenticato, poi, che i maggiori sondaggisti russi dicono che la maggioranza della popolazione in questo caso sta dalla parte dell’accusa. Anche il centro Levada, considerato il più indipendente, dice che soltanto il 6 per cento dei russi prova simpatia per le Pussy Riot, mentre il 51 per cento è contrario ai loro metodi. “Bisogna fare la tara a questi studi – dice Golubovsky – ma riflettono un’indifferenza diffusa. Il punto non sono le Pussy Riot, ma il movimento di protesta che si è sollevato in questi mesi. E la chiesa ortodossa, già colpita da diversi scandali, gioca un ruolo in questa partita, tanto che il patriarca Kirill aveva chiamato Putin un ‘miracolo di Dio’”. Il 15 settembre è già in programma una manifestazione a Mosca e in quell’occasione, dice Golubovsky, i manifestanti potrebbero godere dell’“effetto Pussy Riot”.
Le reazioni di Washington e Bruxelles
Fuori dalla rovente aula di tribunale di Mosca – le finestre sono state chiuse per impedire che le canzoni delle Pussy Riot sparate a tutto volume disturbassero la lettura della sentenza – Garry Kasparov, scacchista e oppositore di Putin, è stato fermato dalla polizia, mentre il blogger Aleksej Navalny, la figura attorno a cui s’è addensato il movimento di protesta, ha spiegato ai cronisti che “il verdetto è stato scritto da Vladimir Putin”. Il dipartimento di stato americano si è detto “preoccupato” da una sentenza “sproporzionata”; un giudizio condiviso anche dal titolare della diplomazia europea, Catherine Ashton, e dalla cancelliera tedesca, Angela Merkel.
Dmitri Golubovsky, direttore dell’edizione russa della rivista Esquire, su cui è apparsa la prima intervista alle Pussy Riot dopo la “preghiera punk”, spiega al Foglio che si tratta di un “grande errore di valutazione da parte del Cremlino”. “Il governo non credeva che il caso avrebbe ricevuto tanta attenzione da parte dei media internazionali e voleva mostrarsi duro con le ragazze anche per compiacere la chiesa ortodossa”, dice Golubovsky; in effetti le stesse condannate sono rimaste sorprese da quanto il governo abbia voluto caricare il loro caso di componenti simboliche, trasformando le Pussy Riot da estemporaneo gruppo anarcoide in simbolo di libertà. Non va dimenticato, poi, che i maggiori sondaggisti russi dicono che la maggioranza della popolazione in questo caso sta dalla parte dell’accusa. Anche il centro Levada, considerato il più indipendente, dice che soltanto il 6 per cento dei russi prova simpatia per le Pussy Riot, mentre il 51 per cento è contrario ai loro metodi. “Bisogna fare la tara a questi studi – dice Golubovsky – ma riflettono un’indifferenza diffusa. Il punto non sono le Pussy Riot, ma il movimento di protesta che si è sollevato in questi mesi. E la chiesa ortodossa, già colpita da diversi scandali, gioca un ruolo in questa partita, tanto che il patriarca Kirill aveva chiamato Putin un ‘miracolo di Dio’”. Il 15 settembre è già in programma una manifestazione a Mosca e in quell’occasione, dice Golubovsky, i manifestanti potrebbero godere dell’“effetto Pussy Riot”.
Le reazioni di Washington e Bruxelles
Fuori dalla rovente aula di tribunale di Mosca – le finestre sono state chiuse per impedire che le canzoni delle Pussy Riot sparate a tutto volume disturbassero la lettura della sentenza – Garry Kasparov, scacchista e oppositore di Putin, è stato fermato dalla polizia, mentre il blogger Aleksej Navalny, la figura attorno a cui s’è addensato il movimento di protesta, ha spiegato ai cronisti che “il verdetto è stato scritto da Vladimir Putin”. Il dipartimento di stato americano si è detto “preoccupato” da una sentenza “sproporzionata”; un giudizio condiviso anche dal titolare della diplomazia europea, Catherine Ashton, e dalla cancelliera tedesca, Angela Merkel.