Inculateci tutti

Le intercettazioni si ascoltano e i più le leggono sui giornali, ma la voglia di essere intercettati è un’esplosione di fantasie sadico-orali bella e buona. Di fronte al perentorio invito alla violazione dell’intimità in nome della Giustizia ci siamo tutti interrogati sulla natura del principio liberale della privacy e su che cosa diventa una democrazia senza il diritto alla riservatezza delle comunicazioni private. Ma che ne è dell’immaginario di quelli che sfilano al grido di intercettateci tutti, di questo nuovo popolo senza più il suo moderno principe? di Adolfo Scotto di Luzio Leggi Massimo Fini ci spiega perché lo sciopero non s’aveva da fare
13 AGO 20
Immagine di Inculateci tutti
Le intercettazioni si ascoltano e i più le leggono sui giornali, ma la voglia di essere intercettati è un’esplosione di fantasie sadico-orali bella e buona. Di fronte al perentorio invito alla violazione dell’intimità in nome della Giustizia ci siamo tutti interrogati sulla natura del principio liberale della privacy e su che cosa diventa una democrazia senza il diritto alla riservatezza delle comunicazioni private. Ma che ne è dell’immaginario di quelli che sfilano al grido di intercettateci tutti, di questo nuovo popolo senza più il suo moderno principe?
Di cos’altro abbiamo parlato da più di un anno a questa parte? Di letti matrimoniali, di scene primarie svelate, di mogli tradite e di quelle donne lì. Nella post democrazia l’infantilizzazione del popolo ha due facce: quella, denunciata fino alla nausea, dell’imbonimento televisivo e quella della manipolazione dei nuclei psichici infantili che gli adulti si portano appresso. Se la destra è il dominio del Caimano, nel fronte antiberlusconiano si aggira a piede libero il bambino perverso polimorfo del dottor Freud. Pensieri come quelli del post viola, che un adorante Curzio Maltese chiama le parole senza retorica dei giovani della rete, Roberto Saviano si è incaricato di metterli in bella copia. A piazza Navona, il primo luglio, ha detto: “La privacy di quelli che vogliono il decreto sulle intercettazioni difende la libertà del malaffare”. Bene. Ma se lo scopo delle intercettazioni è affidare alla giustizia (e alla pubblica esecrazione) i cattivi, che senso ha intercettare tutti? Solo per rendere più netta la linea che separa i virtuosi dal contagio dei corrotti e far vedere dove sta il marcio? E’ la lega delle “persone perbene” di cui parla l’autore di Gomorra. Come nel gioco della corda, gli onesti si dispongono all’opposto dei “banditi”. Che bella scoperta! Chi è da mo’ che sa dove sta il marcio che se ne fa? Francamente è un po’ poco per giustificare l’entusiasmo che nella rete ha suscitato lo slogan del no bavaglio day.
Quelli che scrivono nei blog aspirano a essere intercettati nella speranza di un riconoscimento. Coltivano la fantasia di un faccia a faccia definitivo con Berlusconi. Anche se non solo con lui, per la verità. Repubblica, il 2 luglio, riportava questa scenetta con un Piero Fassino esausto: un tipo viola gli si avvicina e, “a due centimetri dal naso”, con piglio rabbioso gli sbatte in faccia la clamorosa verità: “Quando andate in tv voi non dite mai che Berlusconi ha corrotto dei magistrati!”. Tizi come quello che ce l’ha a morte con l’ex segretario dei Ds si immaginano lì, davanti all’oggetto del proprio odio, finalmente, con la possibilità concreta di arrivare a toccare, colpire, lordare chi di solito sta lontano ed è irraggiungibile; il volto icona del personaggio mediatico da sfigurare, opposto ai milioni di facce anonime della rete. Su Post Viola, rivolta al suo Berlusconi personale e immaginario, una donna scrive per trentotto volte la parola “schifo” e dice potrei andare avanti così all’infinito; poi ag-giunge: “Il mio sogno sarebbe quello di dirtelo in faccia caro il mio presidente del mio culo! Sicuramente però ti vomiterei addosso”. Che dire di questa signora che fantastica sull’esercizio di sovranità esercitato dal presidente del Consiglio sul proprio didietro? Come sanno gli psicoanalisti la fase dell’aggressività orale (in questo caso il vomito come arma) e quella del piacere anale sono legate, ma di questo più avanti. Occupiamoci ancora per un momento della bocca.
I blog sono muti, ma il segno grafico, le maiuscole, l’uso enfatico dell’interiezione simulano la voce e disegnano un gesto, quello della bocca spalancata appunto, dei muscoli del collo tesi fino allo spasimo, dei denti messi in evidenza. E’ la politica ai tempi di Ranx Xerox, il coatto sintetico che andava per la maggiore ai tempi di Frigidaire e che è stato un fumetto molto diffuso tra quanti hanno oggi intorno ai quarant’anni. Tradotto in molti paesi è, più o meno, contemporaneo di un altro fumetto, V for Vendetta, di cui nel 2006 è uscito il film, prodotto dai fratelli Wachowski, quelli di Matrix, e che a detta degli stessi Viola sta al loro movimento come “Fragole e sangue” stava al Sessantotto. Il misterioso V indossa una maschera con il sorriso stampato di un cattolico inglese del XVII secolo, Guy Fawkes, che insieme ad altri aveva progettato di far saltare il Parlamento nel 1605. La maschera di V copre un viso sfigurato dai morsi del fuoco. Alla bocca e alla sua valenza aggressiva il movimento contro la cosiddetta legge bavaglio allude in forma inibitoria fin dal bigliettino giallo appiccicato alle labbra. Il potere tappa la bocca della gente per non essere morso, ma la “gente” che si tappa la bocca impedendosi di mordere denuncia le sue pulsioni represse e dice da dove viene la rabbia che la muove: Berlusconi è un alibi e fornisce una spiegazione quale che sia a chi preferisce attribuire la propria sofferenza alle asprezze della realtà, mentre invece sono proprio quelle sofferenze a rendergli penoso il dover sostenere la realtà.
Prima si parlava di culo. A differenza del suo lontano progenitore ideale, V il Parlamento lo fa saltare sul serio. Ha preparato un treno imbottito di esplosivo. Alla fine del film, ormai morente, si fa caricare sul treno e parte per la sua ultima missione, lanciato a tutta velocità a penetrare il ventre metaforico del palazzo della politica. Nei giochi dei bambini è ricorrente l’uso di trenini e di altri veicoli. Li fanno scontrare, simulano combattimenti per mezzo di urti. Nel gioco sono implicati il bambino stesso o un suo difensore immaginario e il Nemico, che di solito è il padre. L’obiettivo è la sua distruzione.
Treni e Parlamento intrattengono rapporti impensabili. Nel 1993 la Lega non sventolava solo cappi a Montecitorio. A marzo i suoi deputati uscirono dall’aula simulando appunto un trenino. Era una forma derisoria e sessualmente allusiva per dire lo scherno e il disprezzo nei confronti della classe politica. Più recentemente Maurizio Crozza, facendo l’imitazione di Bersani, ha paragonato il Pd a un trenino. Il segretario sta sempre davanti a tutti (per questo nessuno lo vuole fare). D’Alema invece è un capotreno al contrario. Lui, dice Crozza, sta sempre dietro. Il gioco esprime una teoria sessuale. In questa storia di treni e di inculate temute e desiderate, inflitte al proprio avversario come il massimo della punizione di cui evidentemente chi la impartisce teme di poter essere vittima (una delle ragioni fondamentali per la quale la si fa patire in effigie al Nemico è l’esorcizzazione della paura), il bambino che fa capolino dai post del popolo viola finge il rapporto sessuale come un’azione sadica: picchiare, fare a pezzi, rompere il culo appunto.
Ha cominciato Beppe Grillo a utilizzare le pulsioni sadico-anali in funzione della mobilitazione di massa. Le sue adunate oceaniche si intitolavano “V Day”, con un richiamo alla lettera V che veniva direttamente dal film dei Wachowski. Ha seminato bene. Nella pagina del blog viola che mi sono sciroppato e che si intitola “intercettateci tutti”, la parola culo compare 24 volte. C’è il tradizionale vaffanculo, il vittimistico essere presi per il culo e i più estroversi prendere a calci in culo, rompere il culo e così via. Alla sfera semantica dell’ano appartiene naturalmente la parola merda, anch’essa molto presente.
Chi ha letto Melanie Klein conosce la storia del bambino Gerald, un bambino vivacissimo e apparentemente felice, che aveva per amico un simpatica tigre di stoffa. Quella tigre era un protettore e serviva al bambino a sentirsi al riparo dalle proprie angosce persecutorie. Certe volte Gerald si immaginava la tigre come un aggressore. Pensava di mandarla in camera da letto e di farle azzannare il padre. Quei desideri dipendevano dalla fissazione orale di Gerald e corrispondevano al modo con cui un bambino si immagina di combattere un nemico. Con i denti, le uniche armi in suo possesso. Gerald pensava di fare a pezzi anche la madre e le sue fantasie, scrive la Klein, erano connesse ad attività anali come insozzare con le feci i genitori. Nell’antiberlusconismo le feci hanno avuto un ruolo di un certo rilievo in questi anni. Il 6 maggio scorso una ventina di ragazzotti hanno scaricato un bidone di letame in via dell’Umiltà, davanti alla sede del Pdl. Il comunicato di rivendicazione diceva: “Il letame è ovunque. Il paese è stroz-zato dalla crisi e il governo fa affari privati”. Nel 2003 i disobbedienti lanciarono tre bidoni di letame in via del Plebiscito, davanti a palazzo Grazioli. Furono arrestati in trenta, e tra quelli c’era Nunzio D’Erme, consigliere comunale di Rifondazione e delegato per il sindaco alla “partecipazione democratica”. Al Corriere della Sera disse che l’aveva fatto perché Berlusconi era il “simbolo dei potenti” che calpestavano i diritti dei popoli. Non male come trascrizione edipica della lotta di classe.
Mordere, defecare, picchiare, fare a pezzi, rompere il culo. Tutta questa aggressività ha naturalmente un prezzo. Nell’immaginario niente è gratis e la pena inflitta all’oggetto odiato finisce per ritorcersi contro lo stesso persecutore. La paura di soffrire per le cose che si augurano al pro-prio nemico è molto forte. E’ questa la ragione delle condanne e dei minacciosi ammonimenti scagliati dal blog all’indirizzo di Berlusconi: le pene dell’inferno, le ore che scoccano per tutti, i memento mori, sono proiezioni.
E’ incredibile che nessuno lo faccia notare, ma chi dice di non avere niente da temere e per questo chiede di essere intercettato in realtà ha paura di tutto e per placare le sue angosce si offre volontario e inconsapevole alla propria punizione (il vaglio severo di atti e pensieri sotto l’occhio inflessibile del genitore) svelando così il gigantesco senso di colpa che governa le azioni di singoli che si riconoscono e si associano sul terreno di un delirio paranoico persecutorio. Il giudice implacabile non dà scampo e domina imperioso l’immaginario del movimento viola. Su questo terreno si spiega ad esempio il successo elettorale di De Magistris: vota chi ti fa più paura. A questo giudice mitologico appartiene il citatissimo “male non fare paura non avere”, o il più ingenuo chi la fa l’aspetti. C’è chi scrive: “Continua pure a gongolare… ma vien sera per tutti” e un altro dice puoi comprarti tutti i giudici di questo mondo, e a lettere capitali aggiunge profetico: “Ma L’Ultimo Giudice non lo Corromperai!!!”. Anche chi dichiara di non credere alla fine cede e in un lapsus rivelatore si lascia scappare “non sono nemmeno religioso per cui non posso credere che la pagherete il giorno in cui tutti saremo giudicati” (il corsivo è mio).
Questo tema del giudice assiso nel supremo esercizio del suo potere di dannazione e di salvazione spiega ad esempio la fascinazione per tutte le distopie del controllo che dominano l’industria culturale di questi ultimi anni. Si fa un gran parlare di “1984” e di George Orwell. Il grande fratello è una metafora abusata. Il cinema ci gioca molto e si diverte a tessere sottili ri-chiami intertestuali. Nel più volte citato “V per Vendetta” ad esempio, l’attore che interpreta Adam Sutler, il capo del partito neoconservatore nonché videodittatore di un’Inghilterra prossima ventura, è lo stesso di una vecchia edizione cinematografica del libro di Orwell. Ma la differenza tra il romanzo e l’industria culturale è che i film approntano allo spettatore, confezionato in forme imponenti e indiscutibili, il piatto del suo bisogno di punizione. Come ci si difende da questa paura? Gli atti di purificazione tornano sempre utili in casi come questi. Nel comizio di piazza Navona Saviano a un certo punto dice: “Resistere è una parola complicata, forse spesso un po’ abusata, quasi come la parola amore che se la ripeti troppo spesso, se la spendi troppo insomma, si lercia”.
E’ interessante questa associazione tra amore e soldi e tutto l’universo semantico che il denaro si porta dietro, a cominciare dalla sua sporcizia. Saviano dice “si lercia” con una lezione ricercata là dove sarebbe bastato “si logora”. Tra il consumarsi e lo sporcarsi passa la differenza tra un’esperienza intensa e la paura della contaminazione. E il bisogno conseguente di isolare, mettere a distanza, espellere. Nel blog del popolo viola il nemico è viscido, strisciante, appartiene al regno dell’umido, dei liquami, dei liquidi immondi del corpo. Berlusconi è “un pezzo di fango” secondo una donna che scrive il 24 maggio alle cin-que del pomeriggio. Per opporsi a tutto questo bisogna irrigidirsi, farsi secchi e asciutti (mentre Berlusconi è grasso e sudato agli occhi dei suoi avversari). Ma soprattutto farsi rigidi. Tutti di un pezzo. Inflessibile deve essere l’oppositore di Berlusconi. E soprattutto trasparente. Al massimo di opacità del campo nemico si oppone il massimo di durezza e di trasparenza degli antagonisti.
La divisone è netta. Da un lato il marciume, dall’altro la trasparenza. Da un lato il fango, dall’altro l’uomo di cristallo, che tutto lascia vedere e che non ha niente da nascondere. Fermiamoci un momento e pensiamo sul serio alla pretesa viola di essere intercettati tutti. Tutti qui vuol dire tutti i nostri pensieri, i nostri desideri, le cose di cui andiamo orgogliosi e quelle che vorremmo dimenticare. Tutti non può che significare tutta la sfera della nostra soggettività. E allora che significa davvero questo slogan così pericoloso? La trasparenza come corazza è il modo per rendere l’Io inaccessibile. Cosa significa teorizzare questa separazione dall’esperienza della propria soggettività?
Un’ultima cosa resta da dire. Gli uomini di cristallo si armeranno di ramazza e spazzeranno via il marciume. L’autore di un messaggio si immagina il rito purificatorio in un modo che tiene insieme i soldi, il culo e la pulizia: “Con i tuoi soldi – scrive rivolto a Berlusconi, ti ci spazzerai il culo”. La ramazza, la trasparenza, il secco e l’umido. Così la pensava pure Léon Degrelle, fascista belga, studiato in maniera molto suggestiva da un romanziere, Jonathan Littell. Il paragone vi sembra esagerato? Lo è. Una cosa però è certa, quando si esprimono sulla sfera pubblica i gruppi e i singoli è meglio sempre prenderli alla lettera. Oggi come allora.
di Adolfo Scotto di Luzio