Il pragmatico e disinvolto voltafaccia degli economisti britannici sull’austerity

Il pragmatico e disinvolto voltafaccia degli economisti britannici sull’austerity. A febbraio 2010, in campagna elettorale, venti importanti economisti inglesi firmarono una lettera aperta sul Sunday Times chiedendo al futuro governo di tagliare più aggressivamente il deficit dello stato come ricetta principale per rilanciare l’economia. Tra le personalità, diversi ex componenti della Bank of England e un ex capo economista del Fondo monetario internazionale.
13 AGO 20
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Il pragmatico e disinvolto voltafaccia degli economisti britannici sull’austerity. A febbraio 2010, in campagna elettorale, venti importanti economisti inglesi firmarono una lettera aperta sul Sunday Times chiedendo al futuro governo di tagliare più aggressivamente il deficit dello stato come ricetta principale per rilanciare l’economia. Tra le personalità, diversi ex componenti della Bank of England e un ex capo economista del Fondo monetario internazionale. Il futuro cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, trasformò l’appello in un manifesto politico definendolo “un momento fondamentale di dibattito economico”; ieri però sul New Statesman, dieci degli stessi economisti hanno ufficialmente rinnegato quel piano e la politica di Osborne degli ultimi due anni. “Ho cambiato idea? Sì, perché le circostanze sono cambiate”, dice Danny Quah, della London School of Economics. E David Newbery di Cambridge: “Abbiamo bisogno di crescita, investimenti pubblici e infrastrutture”.

Per Monti il calo delle tasse in Italia è sacrosanto, ma non ora. Il peso del fisco è “decisamente eccessivo” e ridurlo è “un’esigenza sacrosanta”, ma non è questo il momento, non bisogna allentare il rigore sui conti: inutile fare “promesse irrealizzabili”. Ieri il premier ha così smentito le indiscrezioni pubblicate da Repubblica, secondo le quali a Palazzo Chigi sarebbe stato in preparazione un dossier per ridurre l’Irpef.

Merkel elogia il rigore fiscale e la Bce di Draghi. Borse europee ancora in rimonta. La cancelliera tedesca, in visita diplomatica in Canada, ha lodato l’esempio del paese nordamericano e l’ha citato come modello per l’Eurozona: una miscela di disciplina fiscale, riforme strutturali e niente indebitamento per stimolare la crescita. Poi, rispondendo a distanza a un appello di alcuni politici cristiano-democratici e liberali per riformare la Banca centrale europea (Bce), Angela Merkel ha lodato le scelte del presidente della Bce Mario Draghi e ha aggiunto: “La Bce è completamente in linea con la Germania”. Il differenziale tra Bonos spagnoli e Bund tedeschi per la prima volta da un mese e mezzo è sceso sotto quota 500, lo spread tra Btp italiani e Bund ha chiuso a 423 punti. Positive le Borse europee, tra le quali spiccano Madrid (più 4 per cento) e Milano (più 1,9 per cento).

Piena occupazione in recessione? A Londra si può. Le vendite al dettaglio in Gran Bretagna nel mese di luglio sono aumentate dello 0,3 per cento su base mensile e del 2,8 per cento su base annua. Le stime erano per un dato mensile invariato e un aumento dell’1,6 per cento su anno. Mercoledì l’Ufficio nazionale di statistica britannico ha reso noto che nel trimestre aprile-giugno sono stati creati 200 mila nuovi posti di lavoro, record assoluto dal 1989. Nel frattempo, però, il pil continua ad arrancare: secondo la Bank of England, nello stesso trimestre la ricchezza nazionale è scesa dello 0,7 per cento. Come è possibile un simile paradosso? Secondo la Camera di commercio inglese, uno scenario simile è possibile solo in caso di forti diminuzioni di produttività per addetto; ma non sembra questo il caso. Qualcuno sostiene allora che i dati sul pil potrebbero essere stati alterati a causa delle festività per il Giubileo di diamante della regina. Altri teorizzano che l’occupazione sia stata trainata in maniera effimera dalle Olimpiadi. E però anche questo scenario non regge: in tre mesi sono stati creati infatti 130 mila posti “stabili”. All’appello mancano solo 100 mila occupati per raggiungere il livello pre crisi.

L’affare Libor s’ingrossa. La giustizia statunitense si muove sullo scandalo della manipolazione del tasso Libor e ora i dipartimenti di Giustizia degli stati di New York e del Connecticut hanno chiamato a comparire sette grandi istituti: sarebbero Citigroup, Ubs, Royal Bank of Scotland, Deutsche Bank, Hsbc, Jp Morgan e Barclays.