Franz Kafka e il monumento pedagogico contenuto nella Lettera al padre
Sul caso Polanski due osservazioni non so quanto pertinenti. La prima: ho sempre preferito i film europei di Polanski a quelli americani, mi sembra che nel “Coltello nell’acqua” o in “Cul de sac” i fantasmi del bene e soprattutto quelli del male siano trattati con maggior precisione di quanto non accadde dopo Hollywood e il terrificante villino di Cielo Drive e la complice villa di Mulholland Drive. di Elisabetta Rasy

Sul caso Polanski due osservazioni non so quanto pertinenti. La prima: ho sempre preferito i film europei di Polanski a quelli americani, mi sembra che nel “Coltello nell’acqua” o in “Cul de sac” i fantasmi del bene e soprattutto quelli del male siano trattati con maggior precisione di quanto non accadde dopo Hollywood e il terrificante villino di Cielo Drive e la complice villa di Mulholland Drive. La seconda: la giustizia che segue – legittimamente – il suo corso a grande distanza dai crimini crea sempre un certo sconcerto perché ci disorienta rispetto a noi stessi, a quello strano rapporto che sentiamo, se da tempo non siamo più ragazzi, tra noi come siamo e noi come eravamo. (Quanto alla pedofilia: certo, è l’ultimo tabù ma, come lo stupro e l’incesto, anche un redditizio filone editoriale: l’ultimo libro che ho ricevuto sul tema s’intitola “La prima volta avevo sei anni”… A chi è destinato?).
Dunque, la paideia: il tempo, l’epoca e la paideia. La prendo alla lontana per non mettermi a deplorare il presente che, come ogni presente, si deplora perfettamente da se stesso.
Nel 1903 esce un romanzo di Henry James intitolato “Gli ambasciatori”. Sembra che James lo considerasse il suo capolavoro; vero o non vero è un romanzo molto bello e sicuramente doveva essere molto amato dallo scrittore, che nel 1876 si era definitivamente trasferito dagli Stati Uniti in Inghilterra. La trama è labirintica e non cercherò di riassumerla, ma la sostanza in poche parole è questa. Un certo poco più che cinquantenne signor Lambert Strether, della cittadina di Wollet nel puritano New England, viene spedito da una sua concittadina in missione in Europa. Quale missione e quale concittadina? Lei, la signora Newsome, è una donna importante e autorevole del luogo, vedova e padrona di una ricca fortuna industriale, e Strether spera di sposarla. La missione è convincere il di lei figlio Chad a rientrare a casa da Parigi, dove risiede ormai da troppo tempo senza combinare granché e da dove, malgrado i reiterati inviti della madre, non vuol sentirne di venir via. Una volta arrivato nella capitale del Vecchio Mondo Strether capisce che il giovanotto non si muove da lì perché ha una più o meno clandestina relazione con una signora sposata e madre, se non ricordo male, di una ragazza in età da marito. Il punto conclusivo della storia è questo: che non solo Strether fallisce la missione, ma soprattutto che la vuole fallire.
Nella morbida e liquida Parigi fin de siècle, nella bella vita di Chad, che non riesce a convincere a diventar quel figliol prodigo che la madre vuole che sia e che resiste sul suo terreno cioè l’eccitante pavé parigino, sente l’onda di un desiderio di libertà e joie de vivre che lui non si è mai permesso di seguire, anzi che non si è mai permesso neppure di avvertire. Ormai è tardi, il desiderio perduto non si riafferra, il gentiluomo del Nuovo Mondo tornerà a casa con le pive nel sacco, disprezzato dalla signora che avrebbe voluto sposare e che non sposerà, e con uno strano tormento: riuscirà Chad a salvare il suo desiderio, cioè in altre parole a salvare se stesso, o in altre parole ancora a salvarsi la vita, malgrado la sua, la di Strether pessima lezione?
Dal 1903 passiamo al 1919. In questo anno postbellico Franz Kafka scrive una lettera che non arriverà mai al suo destinatario: la celebre “Lettera al padre”. Questo testo è uno dei monumenti, mi pare, della questione pedagogica, della paideia, nel Novecento. Al suo interno c’è un sorprendente colpo di scena: Franz, dopo aver rimproverato per metà della sua missiva al signor Kafka senior il suo strapotere, il suo dominio, la sua debordante tirannia, cambia improvvisamente le carte in tavola. Ciò che davvero, in chiusura di partita, rimprovera al padre è di essere stato non un maestro autoritario ma un cattivo maestro, non la prepotenza ma l’inconsistenza del suo insegnamento: il padre dà precetti e poi li trasgredisce in modo volgare, si lascia andare a scurrilità, tratta male i dipendenti… Ma questo non è ancora niente: suo padre è venuto meno in due punti irrinunciabili, due punti chiave della paideia: l’educazione alla sessualità (“ti insegnerò io a fare quelle cose senza pericolo” dice sguaiatamente l’adulto al giovane che se ne disgusta) e soprattutto la trasmissione dell’ebraismo, cioè insieme della religione e della legge.
Ho fatto questi due esempi perché mi sembrano illuminanti su quanto avviene alla paideia nel corso del Novecento: i padri non sono in grado o non vogliono praticarla, c’è un sovvertimento e un rivolgimento che, se hanno le loro radici nel passato, ora cominciano a entrare nella spina dorsale del secolo, a connotarlo e a circolare nei suoi linguaggi. Solo – e questo è l’essenziale – che circolano muniti di pensiero, chiamando continuamente in causa la soggettività, la responsabilità, la parola pensata – dunque il desiderio nel suo senso più vero: il desiderio non come voglia – matta o conformista che sia – ma come energia profonda e artefice di destino. (Non è vero che quando uno fa quello che gli pare sta seguendo il suo desiderio: quanta svogliatezza c’è nelle deregulations, quanta sciatteria nelle finte liberazioni che non hanno niente a che vedere con la libertà, non è vero che seguire un impulso oppure brandire un sogno come una clava siano reali effetti di desiderio…).
Poi però a un certo punto la parola pensata declina e decade, quelle elaborate costruzioni discorsive che chiamavano in causa le consegne della paideia tradizionale (come le due diversissime, James e Kafka, che ho citato) si infiacchiscono e cedono all’inerzia, non ne resta che un’eco sbiadita e deformata, la parola pensata diventa slogan, formula pubblicitaria, una pura deriva verbale, interminabile chiacchiera, o una trappola per gli ingenui o per gli avidi. Che cosa succede allora? Mah. Direi il vuoto confuso, l’euforica restaurazione, la spensierata anarchia, il saccente moralismo. O tutto mescolato, come mi pare accada adesso. Ma il rapporto tra le generazioni non può perdere la sua strutturante verticalità di cui la paideia è consapevolezza e forma simbolica: se questa verticalità resta priva di una parola, di un discorso, ecco, allora fa davvero paura.
Fin qui il mio ragionamento. Quanto alla mia impressione: io credo che oggi la paideia si sia privatizzata, resista nella marginalità dei singoli, di alcuni singoli che, come i monaci medievali coi testi antichi, ne fanno un loro personale e riservato impegno, o un lavoro dell’anima.
di Elisabetta Rasy (Testo raccolto dalla redazione)
Scrittrice, ultimo libro “Memorie di una lettrice notturna” (Rizzoli, 2009).
Dunque, la paideia: il tempo, l’epoca e la paideia. La prendo alla lontana per non mettermi a deplorare il presente che, come ogni presente, si deplora perfettamente da se stesso.
Nel 1903 esce un romanzo di Henry James intitolato “Gli ambasciatori”. Sembra che James lo considerasse il suo capolavoro; vero o non vero è un romanzo molto bello e sicuramente doveva essere molto amato dallo scrittore, che nel 1876 si era definitivamente trasferito dagli Stati Uniti in Inghilterra. La trama è labirintica e non cercherò di riassumerla, ma la sostanza in poche parole è questa. Un certo poco più che cinquantenne signor Lambert Strether, della cittadina di Wollet nel puritano New England, viene spedito da una sua concittadina in missione in Europa. Quale missione e quale concittadina? Lei, la signora Newsome, è una donna importante e autorevole del luogo, vedova e padrona di una ricca fortuna industriale, e Strether spera di sposarla. La missione è convincere il di lei figlio Chad a rientrare a casa da Parigi, dove risiede ormai da troppo tempo senza combinare granché e da dove, malgrado i reiterati inviti della madre, non vuol sentirne di venir via. Una volta arrivato nella capitale del Vecchio Mondo Strether capisce che il giovanotto non si muove da lì perché ha una più o meno clandestina relazione con una signora sposata e madre, se non ricordo male, di una ragazza in età da marito. Il punto conclusivo della storia è questo: che non solo Strether fallisce la missione, ma soprattutto che la vuole fallire.
Nella morbida e liquida Parigi fin de siècle, nella bella vita di Chad, che non riesce a convincere a diventar quel figliol prodigo che la madre vuole che sia e che resiste sul suo terreno cioè l’eccitante pavé parigino, sente l’onda di un desiderio di libertà e joie de vivre che lui non si è mai permesso di seguire, anzi che non si è mai permesso neppure di avvertire. Ormai è tardi, il desiderio perduto non si riafferra, il gentiluomo del Nuovo Mondo tornerà a casa con le pive nel sacco, disprezzato dalla signora che avrebbe voluto sposare e che non sposerà, e con uno strano tormento: riuscirà Chad a salvare il suo desiderio, cioè in altre parole a salvare se stesso, o in altre parole ancora a salvarsi la vita, malgrado la sua, la di Strether pessima lezione?
Dal 1903 passiamo al 1919. In questo anno postbellico Franz Kafka scrive una lettera che non arriverà mai al suo destinatario: la celebre “Lettera al padre”. Questo testo è uno dei monumenti, mi pare, della questione pedagogica, della paideia, nel Novecento. Al suo interno c’è un sorprendente colpo di scena: Franz, dopo aver rimproverato per metà della sua missiva al signor Kafka senior il suo strapotere, il suo dominio, la sua debordante tirannia, cambia improvvisamente le carte in tavola. Ciò che davvero, in chiusura di partita, rimprovera al padre è di essere stato non un maestro autoritario ma un cattivo maestro, non la prepotenza ma l’inconsistenza del suo insegnamento: il padre dà precetti e poi li trasgredisce in modo volgare, si lascia andare a scurrilità, tratta male i dipendenti… Ma questo non è ancora niente: suo padre è venuto meno in due punti irrinunciabili, due punti chiave della paideia: l’educazione alla sessualità (“ti insegnerò io a fare quelle cose senza pericolo” dice sguaiatamente l’adulto al giovane che se ne disgusta) e soprattutto la trasmissione dell’ebraismo, cioè insieme della religione e della legge.
Ho fatto questi due esempi perché mi sembrano illuminanti su quanto avviene alla paideia nel corso del Novecento: i padri non sono in grado o non vogliono praticarla, c’è un sovvertimento e un rivolgimento che, se hanno le loro radici nel passato, ora cominciano a entrare nella spina dorsale del secolo, a connotarlo e a circolare nei suoi linguaggi. Solo – e questo è l’essenziale – che circolano muniti di pensiero, chiamando continuamente in causa la soggettività, la responsabilità, la parola pensata – dunque il desiderio nel suo senso più vero: il desiderio non come voglia – matta o conformista che sia – ma come energia profonda e artefice di destino. (Non è vero che quando uno fa quello che gli pare sta seguendo il suo desiderio: quanta svogliatezza c’è nelle deregulations, quanta sciatteria nelle finte liberazioni che non hanno niente a che vedere con la libertà, non è vero che seguire un impulso oppure brandire un sogno come una clava siano reali effetti di desiderio…).
Poi però a un certo punto la parola pensata declina e decade, quelle elaborate costruzioni discorsive che chiamavano in causa le consegne della paideia tradizionale (come le due diversissime, James e Kafka, che ho citato) si infiacchiscono e cedono all’inerzia, non ne resta che un’eco sbiadita e deformata, la parola pensata diventa slogan, formula pubblicitaria, una pura deriva verbale, interminabile chiacchiera, o una trappola per gli ingenui o per gli avidi. Che cosa succede allora? Mah. Direi il vuoto confuso, l’euforica restaurazione, la spensierata anarchia, il saccente moralismo. O tutto mescolato, come mi pare accada adesso. Ma il rapporto tra le generazioni non può perdere la sua strutturante verticalità di cui la paideia è consapevolezza e forma simbolica: se questa verticalità resta priva di una parola, di un discorso, ecco, allora fa davvero paura.
Fin qui il mio ragionamento. Quanto alla mia impressione: io credo che oggi la paideia si sia privatizzata, resista nella marginalità dei singoli, di alcuni singoli che, come i monaci medievali coi testi antichi, ne fanno un loro personale e riservato impegno, o un lavoro dell’anima.
di Elisabetta Rasy (Testo raccolto dalla redazione)
Scrittrice, ultimo libro “Memorie di una lettrice notturna” (Rizzoli, 2009).