Teologia ciellina
Chiarissimo e carissimo prof. Roberto de Mattei, ho letto con molta attenzione il suo articolo sul Foglio del 12 novembre “Liquefazione della chiesa”. Il tema è arduo e di grande interesse, ma non intendo intervenire su questo punto. Quando avrò concluso la lettura degli articoli che si sono succeduti da varie parti, penso che potrei dare anche il mio contributo. Il mio intervento riguarda piuttosto la modalità con la quale Lei ha coinvolto Comunione e Liberazione e la sua storia nel tentativo di individuazione delle forze che hanno iniziato, o quanto meno favorito, l’attuale (a suo dire) liquefazione. di Mons. Luigi Negri
12 AGO 20

Al direttore - Chiarissimo e carissimo prof. Roberto de Mattei, ho letto con molta attenzione il suo articolo sul Foglio del 12 novembre “Liquefazione della chiesa”. Il tema è arduo e di grande interesse, ma non intendo intervenire su questo punto. Quando avrò concluso la lettura degli articoli che si sono succeduti da varie parti, penso che potrei dare anche il mio contributo. Il mio intervento riguarda piuttosto la modalità con la quale Lei ha coinvolto Comunione e Liberazione e la sua storia nel tentativo di individuazione delle forze che hanno iniziato, o quanto meno favorito, l’attuale (a suo dire) liquefazione.
Le confesso che l’implicazione del movimento cui appartengo da oltre 50 anni mi è sembrata forzata e in qualche modo ideologica. Così come è ideologica una rilettura della cosiddetta nouvelle théologie che fa di ogni erba un fascio e non salva diversità e specificità obiettive.
Fin dai tempi del mio liceo, don Giussani, mi introdusse alla lettura di De Lubac, Daniélou, Congar, Chenu per non parlare del grandissimo Von Balthasar. Queste letture mi donarono il fascino delle grandi ricerche storiche, teologiche e filosofiche in cui prendeva ancora forma la grande tradizione culturale delle diverse forme della storia della chiesa. Questo lavoro continuò negli anni indimenticabili dei miei studi alla Facoltà teologica di Venegono sotto la guida dei grandi maestri don Pino Colombo e don Giovanni Moioli. La storia incontrava le formulazioni sistematiche che non erano disattese anzi, che dall’incontro con la storia del grande pensiero cristiano, ricevevano forza, fascino, capacità di profonda ragionevolezza e di profonda comunicazione. La mia generazione ha potuto utilizzare storia e teologia speculativa come fattori distinti ma indisgiungibili.
Questo, professore non si può non dire, per amore alla Verità storica. Tale linea di giudizio è facilmente reperibile anche in scritti del teologo Ratzinger e del prefetto della Congregazione della fede Ratzinger. Lo storico non deve generalizzare né massimalizzare, ma identificare le singole vicende nella loro obiettiva specificità.
Così stabilire un’analogia fra la storia intellettuale di Alberigo e di Giussani mi sembra storicamente infondato. Vale la pena di ricordare che per decenni Giussani e il suo movimento sono stati considerati, dalla Scuola di Bologna, come un nemico da discriminare continuamente.
Lei cita Giuseppe Ruggieri: in effetti stette fra noi per qualche anno o forse meno. Penso che abbastanza presto si rese conto che le sue posizioni teologiche non si accordavano con il grande orizzonte teologico di Giussani e soprattutto che le sue opzioni politiche, filocomuniste, contestavano con la scelta fatta dal Movimento, in obbedienza alla chiesa italiana, dell’unità politica dei cattolici. Lei fa poi riferimento al termine esperienza, che sarebbe espressione di una possibile riduzione soggetivistica ed empiristica del dato religioso. Nel termine esperienza è, invece, raccolta la massima profondità speculativa e pedagogica dell’intero discorso di don Giussani. La pregherei di consultare, nella grande biografia di don Giussani pubblicata da Savorana, le pagine 300-303, dove una selezione di passi di don Giussani chiarisce come l’esperienza sia un movimento globale della vita che potenzia intelligenza ed affezione esprimendosi come capacità di giudizio. Discorso rigorosamente metafisico e lucidamente di ispirazione tomista.
Concludo con un aneddoto molto significativo. Ero accanto a Giussani quando si recò nella Curia arcivescovile a ritirare il manoscritto su “L’esperienza che aveva ricevuto l’imprimatur dal censore ecclesiastico. Il censore era mons. Carlo Figini, fondatore della scuola teologica di Venegono, consegnò a Giussani i manoscritti con parole che conservo nella mia memoria come se le avessi udite ieri. Gli disse: “Eccoti il testo don Luigi, non ho aggiunto un parola, non ho tolto una parola; non ho cambiato neanche una virgola. Ti dico che è uno strumento validissimo. Spero che aiuti giovani e meno giovani a pensare e a vivere secondo quel grande dono che è la Ragione”.
Mi permetta di ricordarLe, professore, che non ho inteso minimamente aprire una polemica con Lei: conosce bene la stima e l’ammirazione che nutro per Lei, per la Sua grande testimonianza, per il suo instancabile lavoro. Ho dovuto farlo per difendere la cara memoria di un uomo la cui straordinaria testimonianza e la cui carità pastorale, sostanziata di cultura, hanno dato alla mia vita il suo senso umano e cristiano; ma soprattutto ho voluto difendere la verità storica, perché Amicus Plato sed magis amica Veritas. Con stima ed amicizia.
Le confesso che l’implicazione del movimento cui appartengo da oltre 50 anni mi è sembrata forzata e in qualche modo ideologica. Così come è ideologica una rilettura della cosiddetta nouvelle théologie che fa di ogni erba un fascio e non salva diversità e specificità obiettive.
Fin dai tempi del mio liceo, don Giussani, mi introdusse alla lettura di De Lubac, Daniélou, Congar, Chenu per non parlare del grandissimo Von Balthasar. Queste letture mi donarono il fascino delle grandi ricerche storiche, teologiche e filosofiche in cui prendeva ancora forma la grande tradizione culturale delle diverse forme della storia della chiesa. Questo lavoro continuò negli anni indimenticabili dei miei studi alla Facoltà teologica di Venegono sotto la guida dei grandi maestri don Pino Colombo e don Giovanni Moioli. La storia incontrava le formulazioni sistematiche che non erano disattese anzi, che dall’incontro con la storia del grande pensiero cristiano, ricevevano forza, fascino, capacità di profonda ragionevolezza e di profonda comunicazione. La mia generazione ha potuto utilizzare storia e teologia speculativa come fattori distinti ma indisgiungibili.
Questo, professore non si può non dire, per amore alla Verità storica. Tale linea di giudizio è facilmente reperibile anche in scritti del teologo Ratzinger e del prefetto della Congregazione della fede Ratzinger. Lo storico non deve generalizzare né massimalizzare, ma identificare le singole vicende nella loro obiettiva specificità.
Così stabilire un’analogia fra la storia intellettuale di Alberigo e di Giussani mi sembra storicamente infondato. Vale la pena di ricordare che per decenni Giussani e il suo movimento sono stati considerati, dalla Scuola di Bologna, come un nemico da discriminare continuamente.
Lei cita Giuseppe Ruggieri: in effetti stette fra noi per qualche anno o forse meno. Penso che abbastanza presto si rese conto che le sue posizioni teologiche non si accordavano con il grande orizzonte teologico di Giussani e soprattutto che le sue opzioni politiche, filocomuniste, contestavano con la scelta fatta dal Movimento, in obbedienza alla chiesa italiana, dell’unità politica dei cattolici. Lei fa poi riferimento al termine esperienza, che sarebbe espressione di una possibile riduzione soggetivistica ed empiristica del dato religioso. Nel termine esperienza è, invece, raccolta la massima profondità speculativa e pedagogica dell’intero discorso di don Giussani. La pregherei di consultare, nella grande biografia di don Giussani pubblicata da Savorana, le pagine 300-303, dove una selezione di passi di don Giussani chiarisce come l’esperienza sia un movimento globale della vita che potenzia intelligenza ed affezione esprimendosi come capacità di giudizio. Discorso rigorosamente metafisico e lucidamente di ispirazione tomista.
Concludo con un aneddoto molto significativo. Ero accanto a Giussani quando si recò nella Curia arcivescovile a ritirare il manoscritto su “L’esperienza che aveva ricevuto l’imprimatur dal censore ecclesiastico. Il censore era mons. Carlo Figini, fondatore della scuola teologica di Venegono, consegnò a Giussani i manoscritti con parole che conservo nella mia memoria come se le avessi udite ieri. Gli disse: “Eccoti il testo don Luigi, non ho aggiunto un parola, non ho tolto una parola; non ho cambiato neanche una virgola. Ti dico che è uno strumento validissimo. Spero che aiuti giovani e meno giovani a pensare e a vivere secondo quel grande dono che è la Ragione”.
Mi permetta di ricordarLe, professore, che non ho inteso minimamente aprire una polemica con Lei: conosce bene la stima e l’ammirazione che nutro per Lei, per la Sua grande testimonianza, per il suo instancabile lavoro. Ho dovuto farlo per difendere la cara memoria di un uomo la cui straordinaria testimonianza e la cui carità pastorale, sostanziata di cultura, hanno dato alla mia vita il suo senso umano e cristiano; ma soprattutto ho voluto difendere la verità storica, perché Amicus Plato sed magis amica Veritas. Con stima ed amicizia.
di Mons. Luigi Negri
(Arcivescovo di Ferrara - Comacchio)
(Arcivescovo di Ferrara - Comacchio)