Sulla scheda non c’era scritto Bersani

Pier Luigi Bersani aveva insistito per caratterizzare la sua campagna elettorale, in contrapposizione con le altrui “personalizzazioni”, come una battaglia di partito e di coalizione, condotta “senza nomi sui manifesti” da un candidato scelto col metodo democratico delle primarie. Ora, però, fatica ad accettare il verdetto delle urne sulla sua candidatura: verdetto altrettanto, anzi più, “democratico” di quello delle primarie, e che consiste in una sostanziale bocciatura.
12 AGO 20
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Pier Luigi Bersani aveva insistito per caratterizzare la sua campagna elettorale, in contrapposizione con le altrui “personalizzazioni”, come una battaglia di partito e di coalizione, condotta “senza nomi sui manifesti” da un candidato scelto col metodo democratico delle primarie. Ora, però, fatica ad accettare il verdetto delle urne sulla sua candidatura: verdetto altrettanto, anzi più, “democratico” di quello delle primarie, e che consiste in una sostanziale bocciatura. Gli elettori hanno conferito al candidato Bersani una (peraltro striminzita in termini di voti) maggioranza relativa, il che lo rende inidoneo a guidare un governo che deve cercare una maggioranza più ampia di quella della coalizione di sinistra. L’accanimento con cui Bersani cerca di imporre a Giorgio Napolitano la scelta di conferirgli un mandato pieno, nonostante l’evidente rifiuto dei suoi supposti alleati grillini, assume quindi un sapore personalistico e di ricerca del potere per il potere. Paradossalmente Bersani vede questi stessi limiti nel “nuovo principe” assetato di potere, ma la sua critica al “totalitarismo” di Beppe Grillo (che vorrebbe l’intera rappresentanza nazionale e l’applicazione integrale del suo programma) avrebbe forse maggiore efficacia se fosse svolta da una cattedra meno attaccabile per le stesse motivazioni.
Se la battaglia elettorale è stata condotta per affermare il ruolo di un partito e di una coalizione e non di un singolo candidato poi sconfitto, ne dovrebbe conseguire la disponibilità di Bersani a rinunciare, finché è in tempo, al proprio preteso ruolo, per consentire al capo dello stato una ricerca meno vincolata di una soluzione per la governabilità, cosa assai importante in questa fase. Bersani invece insiste, e i suoi sostenitori accusano quasi di tradimento chiunque si azzardi a interrogarsi sulle conseguenze che seguirebbero il fallimento della sua cervellotica strategia di alleanza tra il vecchio e il nuovo “principe”. Il Pd ha ottenuto un mandato che lo rende indispensabile per ogni soluzione politica: non quello a governare da solo in minoranza. Forzare questa situazione oltre un certo limite rischia di diventare controproducente per lo stesso Partito democratico e, quel che più conta, porta a cristallizzare l’ingovernabilità tecnica, rendendola politicamente irrisolvibile. Questa, e non affermare il proprio potere, è la responsabilità di Bersani oggi.