Siamo così stupidi da credere che su Twitter “la rete” ci possa parlare
L’umanità istupidisce per favorire il progresso meccanico – scrive Karl Kraus in “Detti e contraddetti” – “e noi non dovremmo almeno trarne vantaggio?”. Un secolo più tardi, ad approfittarne è chi ha compreso che è istupidita al punto di trovare la poesia in uno spambot, un automa per messaggi promozionali indesiderati, e produrre un piagnisteo collettivo quando si scopra che, in realtà, la seduzione aveva una radice umana. E’ il caso dell’account Twitter @horse_ebooks. Ufficialmente, un profilo intento a cinguettare automaticamente bocconi casuali prelevati da ebook. di Fabio Chiusi
12 AGO 20

Il problema è che nelle scorse ore si è scoperto che la macchina non era una macchina, ma un essere umano. Dopo essere stato creato da uno spammer russo per vendere libri digitali di pessima fattura, nel 2011 il profilo è stato infatti rilevato da Jacob Bakkila, un impiegato dell’osservatorio sulla viralità in rete Buzzfeed. In redazione giurano di essere rimasti tutto il tempo all’oscuro, ma intanto su Twitter si è levato il coro dei gabbati da questa sorta di “test di Turing alla rovescia”, come l’ha definito Matt Pearce, dove non è la macchina a dover sembrare abbastanza intelligente da confondere l’uomo, ma l’uomo a dovere (volere, in questo caso) sembrare abbastanza scemo da passare collettivamente per macchina. E non in laboratorio, ma di fronte a un nutrito pubblico di follower. Bakkila, insieme con l’amico Thomas Bender (faceva all’incirca lo stesso insegnando a pronunciare parole sul profilo YouTube “Pronunciation Book”), ha rivelato l’inganno alla Fitzroy Gallery di New York: si trattava di una performance di “arte concettuale”. Proseguita in una installazione vivente in cui, dopo aver fornito un numero di telefono sull’account Twitter in questione, ha pazientemente risposto con i colleghi alla moltitudine di curiosi che avevano sollevato la cornetta. Recitando i tweet di @horse_ebooks e riagganciando. Svelato l’arcano dal New Yorker, si sono moltiplicate le analisi. Il docente di Cultura dei media C.W. Anderson ci ha visto la riaffermazione del principio di simmetria dell’epistemologo Bruno Latour: la tecnologia è talmente onnipresente che non è più possibile distinguere umano e non-umano. Il New Republic ne ha tratto una dotta disquisizione sulla differenza tra Marcel Duchamp e un profilo spam su Twitter. “E’ stato il pezzo di cyber-fiction più di successo di tutti i tempi”, ha commentato poi Robinson Meyer sull’Atlantic, sostenendo che il disappunto emerso così prepotentemente in rete ne costituisce la misura. Può darsi misuri invece il grado di smarrimento dell’uomo contemporaneo di fronte al prodotto artistico, la sua incapacità non solo di distinguere la gelida computazione di un algoritmo dall’atto meditato di una mente, ma anche di accogliere con un sospiro di sollievo che il bello percepito derivasse dalla seconda, e non dalla prima. Meyer dice anche che quella sensazione estetica è il risultato dell’idea che fosse la rete stessa a parlarci, attraverso quel profilo. Racconta come la creatività algoritmica avesse dato luogo a creatività umana; di più, a un’intera “cultura”. Sono “le nostre invenzioni che parlano di noi stessi”, scrive, ripetendo il sogno dei tanti che da decenni confidano che l’intelligenza artificiale diventi finalmente intelligenza e basta, addirittura al punto di farsi interprete del presente, di raccontare in un qualche modo automatizzato lo spirito del tempo. Ma è un tempo, come scrive il Daily Beast, in cui il modello è “The Truman Show”, e tutto ciò che conosciamo è falso, “creato per compiacerci”. Così la bellezza si confonde al viral marketing, il soggetto all’oggetto tecnologico. Prima di Jaron Lanier, l’autore di “You are not a gadget”, c’era arrivato Kraus. Ma la società dell’iperconnessione ha sfumato i contorni della distinzione in modi che non poteva immaginare.
Bakkila sembra dunque ficcare il dito nella carne viva della nostra era, mostrandoci allo stesso tempo i limiti della stupidità e della creatività umana. Perché tra orologi intelligenti, occhiali intelligenti, città intelligenti e Ibm che si propone addirittura un pianeta intelligente, dell’intelligenza degli esseri umani sembra non interessare più a nessuno. Se davvero vogliamo che sia “la rete” a parlarci, la satira è diventata realtà. Tornando a Kraus, non solo “la tecnica è un servitore che fa un tale chiasso mettendo in ordine la stanza accanto che i signori non possono far musica”, è che i musicanti rimpiangono non sia il servitore, a suonare.
di Fabio Chiusi