Prof. tremontiano dice che l’Italia non merita la patrimoniale

Secondo lo scenario di base di uno studio di Deutsche Bank, non solo Giappone, Italia e Grecia ma anche Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Irlanda e Portogallo nel 2020 avranno debiti pubblici superiori al 100 per cento del pil, con quello dell’America che sarà a quella data più alto di quello dell’Italia. Persino la virtuosa Germania avrà un debito pubblico appena sotto la soglia del 100 per cento, pari al 97 per cento del pil. di Marco Fortis Leggi Tassare i patrimoni è necessario, ma a favore di imprese e lavoro di Carlo De Benedetti
11 AGO 20
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Mentre secondo l’ultimo Fiscal Monitor del Fondo monetario internazionale già nel 2015 l’America avrà un debito pubblico “italiano” a tutti gli effetti, pari al 110 per cento del pil, con un incremento di 47 punti percentuali rispetto ai livelli del 2008: un’esperienza debitoria da “Prima Repubblica” italiana in circa metà tempo rispetto a quanto abbiamo impiegato noi per portare il nostro debito pubblico dal 60 per cento a oltre il 120 per cento del pil! Per di più, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda già oggi hanno un debito delle famiglie doppio o più che doppio di quello del nostro paese. Dunque non si capisce perché l’Italia, a giudizio di alcuni, dovrebbe oggi applicare unilateralmente una gigantesca tassa patrimoniale per abbattere il proprio debito pubblico ed essere così “accettata dai mercati”, mentre tutti questi altri paesi ormai indebitati fino al collo sia dal lato pubblico che da quello privato dovrebbero continuare ad andare avanti come se nulla fosse accaduto.
Invece in questi anni è successa la fine del mondo. Per tanto tempo si era guardato solo alla parte emersa dell’iceberg del debito delle nazioni (il debito pubblico). E l’Italia faceva perciò una brutta figura, assieme a Giappone e Belgio. Ma sotto il pelo dell’acqua la restante parte del nostro debito (di famiglie e imprese) era ben poca cosa rispetto al monumentale debito privato sommerso di paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Irlanda, Spagna, ecc., che si stava accumulando ma a cui gli analisti non guardavano affatto. Poi è accaduto che, dopo lo scoppio della crisi innescata dal fallimento della Lehman Brothers, il debito delle famiglie ha fatto fallire o quasi fallire le banche di tanti paesi (dagli Stati Uniti all’Olanda, dall’Irlanda all’Islanda, dalla Gran Bretagna alla Spagna). Ciò ha generato un aumento dei deficit per i costi dei bailout e degli ammortizzatori sociali e bloccato ovunque nel mondo ricco la crescita economica e le entrate fiscali. L’insieme di questi fattori ha portato a una crisi generalizzata dei debiti pubblici, sicché i debiti aggregati delle nazioni sono finalmente emersi in tutta la loro interezza.
Da quando, pochi giorni dopo la deflagrazione della bolla dei mutui subprime, con alcuni primi articoli sul Messaggero e sul Foglio, abbiamo posto all’evidenza generale l’importanza del debito aggregato delle nazioni, sono passati più di due anni. In questo lasso di tempo, mentre molti ci giudicavano con scetticismo, abbiamo affinato le nostre riflessioni su aspetti quali il debito e la ricchezza privata, lo stato patrimoniale delle nazioni e il debito aggregato, mettendo in evidenza la grande forza della ricchezza finanziaria netta e immobiliare delle famiglie italiane in contrapposizione al nostro storico debito pubblico. Non per sottovalutare la gravità di quest’ultimo, che va comunque ridotto con coraggiosi tagli delle spese parassitarie e improduttive, ma per evidenziare la solidità finanziaria complessiva del nostro paese rispetto ad altre economie.
Pochi sanno che dal 1861 a oggi il debito pubblico italiano è sempre stato assai elevato: infatti, dal 1881 al 1905 esso è sempre stato sopra il 100 per cento del pil; idem dal 1919 al 1925 e nel 1930-31. Durante i restanti anni del periodo fascista il nostro debito statale è stato quasi sempre sopra l’80 per cento per tornare oltre il 100 per cento durante gli anni della Seconda guerra mondiale. Ripartiti da valori bassi dopo il conflitto bellico, tra il 1979-81 e il 1994-96 siamo balzati in quindici anni ad oltre il 120 per cento del pil: un salto di cui ancora scontiamo le conseguenze. Per gli Stati Uniti, viceversa, l’esperienza di un debito pubblico all’“italiana” è del tutto nuova. Infatti, a eccezione degli anni dal 1943 al 1953 (prima e dopo le imponenti spese per la Seconda guerra mondiale), gli Stati Uniti solo dopo il 1985 si sono timidamente affacciati per la prima volta sopra la soglia del 40 per cento in tempi di pace. Oggi invece Washington sta sperimentando improvvisamente i brividi di un debito pubblico a livelli “italiani”, avendo però nel contempo un debito privato enormemente “americano”.
Mai, sottolineando il nostro basso debito privato e l’imponenza della ricchezza privata italiana, abbiamo pensato a ipotesi di tasse patrimoniali, oggi tornate al centro del dibattito politico. L’Italia non ha bisogno né merita una simile tassa. Abbiamo suggerito, questo sì, di affiancare al rapporto debito pubblico/pil quello tra debito pubblico e ricchezza finanziaria delle famiglie per avere un’idea più chiara della robustezza complessiva dei conti finanziari nazionali, specie nell’ottica della riforma del Patto di stabilità Ue e delle relative comparazioni con gli altri paesi. In particolare, il debito pubblico estero italiano, che è la componente del debito statale più delicata ed esposta ai giudizi dei mercati, è già più basso in valore assoluto e in rapporto alla ricchezza finanziaria delle famiglie rispetto ai debiti pubblici esteri di Germania e Francia. In definitiva, se non fosse per l’arma nucleare e lo status del dollaro come moneta internazionale, che aiutano a far sembrare il debito pubblico americano “solido”, i fondamentali strettamente economici dovrebbero spingere gli Stati Uniti più che l’Italia ad adottare misure urgenti per arginare i propri conti pubblici fuori controllo.
Con una battuta potremmo suggerire agli Stati Uniti di provare essi, in via sperimentale, ad adottare una tassa patrimoniale. Al contrario, il nostro paese fa bene a non prendere in considerazione l’ipotesi di una tassa patrimoniale, recentemente avanzata da pur autorevoli personalità. Ciò non solo perché tale tassa rischierebbero di subirla principalmente i “soliti onesti”, che di tasse già ne pagano molte, ma soprattutto per non frustrare quel risparmio privato che è stato sinora la nostra forza e che anche agli occhi dei mercati ci ha permesso di sopravvivere per tanti anni con un debito pubblico troppo elevato. I tempi e anche il contesto internazionale purtroppo oggi sono cambiati in peggio per cui non sono più possibili tentennamenti. Nel nostro paese occorre perciò una decisa correzione di rotta sui conti statali. Ma la strada maestra per ridurre il debito pubblico italiano è un taglio della spesa che brucia ricchezza e non un ulteriore salasso a carico di chi la ricchezza la crea.
di Marco Fortis