Perché i mercati non si fidano più di tanto dei declassamenti
In un mondo in cui si immagina che i mercati finanziari siano lungimiranti, la caratteristica più sorprendente delle agenzie di rating è la loro visione del mondo attraverso una specie di “specchietto retrovisore”, considerato che i declassamenti vengono decisi dopo che la crisi è già arrivata. Un’altra eccentricità delle agenzie è che i paesi emergenti sono sempre valutati in maniera più severa rispetto alle economie mature. di Stephen Grenville Leggi Mea culpa e pensieri inconfessabili di un Signore del rating
12 AGO 20

Perfino l’Institute of International Finance (Iif), ovvero la lobby dei banchieri con base a New York, ha confermato questo pregiudizio in un lavoro di analisi formale econometrica. Gli analisti dell’Iff, nello studio appena pubblicato, hanno sviluppato infatti un’equazione di regressione che simula il processo di rating. La regressione include una “finta variabile” per le economie emergenti – una variabile aggiuntiva introdotta solo per questi paesi, per vedere se questa classificazione, in sé, è un’importante spiegazione dei giudizi di rating. Ed effettivamente lo è. Il fatto che un paese sia “emergente” invece che “maturo” ha un impatto decisamente significativo. Paesi che rientrano nel gruppo dei mercati emergenti sono classificati infatti con quattro gradini in meno rispetto a paesi con le medesime caratteristiche formali ma che non rientrano nella categoria di “emergenti”.
Questo pregiudizio si può spiegare come un’eredità dei tempi in cui questi paesi emergenti erano davvero intrinsecamente rischiosi. Ma oggi questo è soltanto l’ennesimo caso della visione distorta e da “specchietto retrovisore” delle agenzie di rating, che sono state lente a riconoscere il miglioramento delle performance dei paesi emergenti, particolarmente in Asia, al momento la maggior fonte di crescita mondiale e il cui modesto stock di debito appare assai sicuro. Le agenzie sono state poi molto lente a riconoscere che il debito sovrano delle economie mature è diventato rischioso. I governi occidentali infatti avevano rilevato i debiti delle banche fallite già dal 2008. Allo stesso tempo, specifici accordi nell’euro incoraggiavano indebitamenti eccessivi tra i membri dell’Europa meridionale, trasformandoli (così) in creditori ad alto profilo di rischio. Per sintonizzarsi sulla realtà attuale del rischio, le agenzie devono cambiare drasticamente su entrambi i fronti, per alzare tendenzialmente i giudizi sui paesi emergenti e procedere a downgrade su quelli maturi.
I mercati finanziari sono però molto avanti rispetto alle agenzie di rating, spostano i loro investimenti verso paesi ad alto rendimento come il Brasile, creando così un ulteriore problema: troppe iniezioni di capitale e troppe pressioni rialziste sui tassi di cambio. Allo stesso tempo, i mercati non hanno nemmeno preso in considerazione il downgrade di Standard&Poor’s ai danni degli Stati Uniti durante l’impasse del rifinanziamento del debito. Un declassamento avrebbe dovuto incoraggiare gli investitori a chiedere rendimenti più alti, invece i rendimenti americani sono scesi notevolmente: gli investitori, almeno, continuano a ritenere l’America una scommessa sicura.
di Stephen Grenville
*Direttore di AMP Capital Investors Limited, professore alla Australian National University. L’articolo appare anche sul blog del think tank Lowy Institute