Le privatizzazioni (necessarie) non sono un pranzo di gala. Ecco perché
La discussione sulle privatizzazioni ha il sapore di una disputa antica, consumata con ampio ricorso a sofismi. Eppure per alcuni aspetti è oltremodo difficile farne un bilancio complessivo, sia che si voglia tornare con la memoria ai tempi dell’Iri, sia che si guardi alle autostrade o a Telecom. Il primo aspetto dubbio è l’idea che dalla stagione delle privatizzazioni degli anni 90 sia derivata una grande spinta liberalizzatrice e, dunque, un beneficio per i consumatori finali. E’ davvero così? Stagnaro Privatizzare è bello di per sé, non per sdebitarsi o per abbassare le tasse - Salemi Consigli a Letta per privatizzare senza farsi illusioni. Parla il prof. Barucci di Francesco Galietti
12 AGO 20

La discussione sulle privatizzazioni ha il sapore di una disputa antica, consumata con ampio ricorso a sofismi. Eppure per alcuni aspetti è oltremodo difficile farne un bilancio complessivo, sia che si voglia tornare con la memoria ai tempi dell’Iri, sia che si guardi alle autostrade o a Telecom. Il primo aspetto dubbio è l’idea che dalla stagione delle privatizzazioni degli anni 90 sia derivata una grande spinta liberalizzatrice e, dunque, un beneficio per i consumatori finali. E’ davvero così? Le continue pronunce dell’Antitrust e delle altre authority indipendenti segnalano che molto resta da fare, che l’equazione privatizzazioni-liberalizzazioni è spesso imperfetta, e che anche quando le premesse sono ottime la macchina delle privatizzazioni finisce per scarrocciare con esiti imprevedibili. Se le cose non stessero così, oggi forse i giornali non dedicherebbero tanto tempo e inchiostro a commentare il destino di Telecom, la zavorra del suo indebitamento, lo stato di sviluppo della rete, l’intervento ri-statalizzante di Cassa depositi e prestiti. Ricordare che l’Italia ha un vivace mercato della telefonia mobile, come ha fatto Carlo Stagnaro su queste colonne venerdì scorso, ha il sapore del premio di consolazione o, peggio, di un espediente retorico: quanto hanno davvero influito le privatizzazioni? Quanto invece è dipeso da un singolare tratto caratteriale degli italiani?
Il secondo aspetto incerto è di tipo economico. Se il bilancio delle privatizzazioni è incerto sul versante dei consumatori, lo è ancora di più dal punto di vista della mera convenienza. Privatizzare per ridurre il debito e compiere uno sforzo in direzione di quanto richiesto dal Fiscal compact, recita il mantra. Eppure sono gli stessi banchieri d’affari a mostrarsi scettici al proposito e a sconsigliare dismissioni a tutti i costi, dal momento che i valori di mercato di molte partecipazioni pubbliche viaggiano ai minimi storici o in molti casi non esistono proprio. Vendere pezzo a pezzo appare una missione lunga e complessa, poiché il grosso degli attivi cedibili non è nelle mani dello stato centrale, bensì in capo a regioni ed enti locali, in quella che è a tutti gli effetti una forma di “capitalismo municipale” che costringe le grandi maison finanziarie a un faticoso pellegrinaggio su e giù per la Penisola. Ancora più complessa è l’idea di varare un veicolo “Italia SpA” che raccolga diversi tipi di asset (partecipazioni, immobili, concessioni, eccetera) e di cederne le quote alle banche domestiche in cambio del debito sovrano di cui sono piene. Il rendimento dei titoli di stato è infatti piuttosto elevato e “sicuro”, mentre quello di “Italia SpA” non garantirebbe cedole regolari.
Il terzo aspetto degno di nota è che ragionare in termini di partecipazioni o dismissioni rischia di essere anacronistico in una fase di profondo ripensamento degli assetti di potere. Gli stati, ad esempio, stringono alleanze forti con operatori privati a prescindere da un legame partecipativo e in funzione di convenienze di medio-lungo termine. Facebook e Google non figurano tra le partecipate del Tesoro americano, eppure le cronache sono piene di episodi che rivelano l’esistenza di un vincolo di affiliazione forte: Eric Schmidt in missione diplomatica in Corea del nord, lo scambio continuo di informazioni tra la comunità di intelligence americana e gli operatori over-the-top, il sostegno della rete diplomatica del dipartimento di stato allo sviluppo del digitale. In altre parole: lo zio Sam aiuta alcuni colossi americani perché vede in loro un tassello indispensabile, un prolungamento della propria strategia globale. In Italia tutto ciò non avviene, come dimostra lo smarrimento del governo Monti nelle ore in cui il matrimonio tra Eads e Bae Systems sembrava vicino al traguardo, con grande sgomento di Finmeccanica. Non solo: possiamo ragionare lungamente e dottamente di privatizzazioni, ma l’attuazione della nuova disciplina sulla “golden share” – cioè l’istituto giuridico in forza del quale uno stato, durante o a seguito di un processo di privatizzazione di un’azienda pubblica, si riserva dei poteri speciali – è incompleta. Finora sono state regolate in dettaglio solo le acquisizioni di asset di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale, ma vale la pena ricordare che per un certo periodo l’ipotesi di un investitore asiatico per Telecom è apparsa non peregrina. Forse, al di là di tante parole, aiuterebbe un sano spirito pratico.
Stagnaro Privatizzare è bello di per sé, non per sdebitarsi o per abbassare le tasse - Salemi Consigli a Letta per privatizzare senza farsi illusioni. Parla il prof. Barucci
di Francesco Galietti