La spending review non basta. Perché lo spread scende dove il capitale rende

In qualche modo, la scelta di Bondi, una sorta di ministro ombra nel governo Monti, certifica anche la difficoltà delle manovre tradizionali, finora seguite, di ottenere il risultato sperato: riportare il premio per il rischio sui titoli di stato a livelli sostenibili e non “recessivi”. Alla fine Monti si è convinto che serve una discontinuità nella politica economica, dei segnali forti sul fronte del taglio della spesa corrente e anche su quello delle dismissioni e privatizzazioni dei beni pubblici per riportare lo spread verso quota 200, obiettivo core del governo tecnico. di Edoardo Narduzzi
12 AGO 20
Immagine di La spending review non basta. Perché lo spread scende dove il capitale rende
E’ scattata l’ora dei tagli alla spesa pubblica. Ingaggiando Enrico Bondi, manager di comprovata esperienza, il premier Mario Monti gioca forse l’ultima carta per raddrizzare la pericolosa deriva fatta di troppe tasse e troppo spread che sta appannando la credibilità del suo esecutivo. Bondi è già al lavoro e in tempi superaccelarati – 15 giorni – presenterà al Consiglio dei ministri un primo piano per tagli di 2,1 miliardi di euro. In qualche modo, la scelta di Bondi, una sorta di ministro ombra nel governo Monti, certifica anche la difficoltà delle manovre tradizionali, finora seguite, di ottenere il risultato sperato: riportare il premio per il rischio sui titoli di stato a livelli sostenibili e non “recessivi”. Alla fine Monti si è convinto che serve una discontinuità nella politica economica, dei segnali forti sul fronte del taglio della spesa corrente e anche su quello delle dismissioni e privatizzazioni dei beni pubblici per riportare lo spread verso quota 200, obiettivo core del governo tecnico.
Del resto, le ricette tradizionali non hanno intaccato il livello del premio per il rischio dei Btp. Non è bastata la riforma pensionistica più strutturale dell’Eurozona a stabilizzare lo spread e poco ha potuto il contestuale varo dell’Imu, un’imposta patrimoniale sugli immobili, con un gettito atteso di circa 22 miliardi annui. E non molto hanno ottenuto i potenziali 87 miliardi di maggiori imposte dovute tra il 2012 e il 2014 a carico degli italiani. Tutto quello che era tassabile è stato tassato dai governi della Repubblica italiana a partire dalla scorsa estate in un susseguirsi di manovre di bilancio finalizzate a ridurre la febbre da spread. Ma il differenziale tra i Btp decennali e gli analoghi Bund tedeschi rimane inchiodato ai 400 punti base che rendono nei fatti non sostenibile il finanziamento del debito italiano nel medio termine. Non soltanto perché con questo spread il suo costo reale rimane ben lontano dal tasso di crescita del pil e dal rischio avvitamento, come provato ormai molti decenni fa dal Nobel Robert Solow, ma perché è la stessa Banca d’Italia, per voce del suo governatore Ignazio Visco, che alla fine del 2011 in Parlamento ha chiarito che la sostenibilità del debito italiano è garantita con tassi anche del 5 per cento. Oltre si entra nella terra di Solow, cioè nella non sostenibilità.
Perché, dunque, il premio per il rischio del debito italiano rimane, nonostante le manovre già approvate che si ripromettono dal 2013 di avere un avanzo primario pari al 5 per cento del pil, così elevato? Perché perfino il varo di un governo tecnico con fior di economisti è riuscito a riportare lo spread al livello del primo semestre del 2011, quando la crisi dell’euro era già in azione da un anno? La spiegazione più semplice, che comunque in economia ha una sua teorizzazione specifica, convince poco. Per i fautori della “path dependency” i fatti passati sono riflessi nei valori dell’attualità, muovendosi prezzi e premi lungo una traiettoria di continuità tra quanto deciso prima e quanto adottato poi. Come dire, una volta liberato lo spread dalle catene immaginarie prodotte dall’euro, capaci di far credere ai mercati che i premi per il rischio di emittenti diversi per politiche di bilancio e finanza pubblica del passato fossero molto simili, i differenziali sono tornati ai loro livelli normali, semplicemente prima della Grecia resi opachi dalla prima stagione della moneta unica. Ma se così fosse, le manovre di aggiustamento della finanza pubblica dovrebbero produrre risultati diversi di quelli ottenuti, mentre lo spread rimane a quota 400.
Per capire meglio, anche la scelta di accelerare sulla spending review e sul taglia-debito da parte di Monti, è opportuno provare a chiedersi quale premio richiede oggi l’investitore globale medio per prestare all’Italia invece di puntare sulla Corea, il Brasile o il Canada. Individuare quali nuovi fattori, più di altri, influenzano l’allocazione dell’offerta di capitale globale, bene comunque scarso, e perché lo spread italiano ne è penalizzato.
Le aspettative degli investitori sono influenzate soprattutto da tre elementi: la rapidità del policy maker di intervento strutturale sulla produttività dei fattori produttivi; il tasso di remunerazione netto dell’investimento; il tasso di innovazione a valore aggiunto, cioè commercializzabile su scala globale, prodotto con continuità da un paese anche tramite la nascita di nuove imprese. Tre mesi di dibattito, di certo non ben impostato, non sono bastati all’Italia per avere una compiuta e moderna riforma del mercato del lavoro. Eppure tre mesi sono un lasso di tempo enorme nel capitalismo globale contemporaneo. Nei soli Stati Uniti nell’ultimo trimestre sono stati attivati quasi 15 milioni di nuovi contratti iPhone, mentre nel mondo in soli tre mesi si acquistano oltre 20 milioni di tablet. Numeri che segnalano la velocità con la quale il mondo di oggi si muove per sostituire ciò che è vecchio e superato, il vecchio cellulare o il tradizionale Pc, con quanto è percepito come nuovo e utile per migliorare la produttività individuale e collettiva, il tablet o lo smartphone. Il nuovo presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi a capo di una multinazionale tascabile, ha appena ricordato che il rendimento netto del capitale in Italia è penalizzato rispetto alla media internazionale. Significa che a parità di rendimento lordo il capitale va altrove. Il tasso di innovazione, certificato da pluriennali statistiche Ocse, è da ultimi della classe in termini di brevetti, nuove start-up, PhD scientifici e così via. Significa che la capacità di sviluppo italiana nell’economia della conoscenza creativa rimane ridotta. Se non si invertono questi tre fattori, più rapidità di riformare i meccanismi di funzionamento e non solo le pensioni, più innovazione e maggiore redditività del capitale, lo spread resterà nella terra di Solow.
di Edoardo Narduzzi