La politica è monetaria, o non è

Tassi negativi per la Banca centrale europea (Bce)? In vista del Consiglio direttivo del 5 dicembre, si muovono truppe e opinioni intorno a una decisione che potrebbe avere per l’Eurotower la stessa portata dell’allentamento monetario (o Quantitative easing) inaugurato tempo fa dalla Federal reserve statunitense. I tassi non sono quelli di riferimento – già ridotti da Mario Draghi al minimo dello 0,25 per cento – ma l’interesse riconosciuto ai depositi di privati presso la Bce, oggi a zero. Obiettivo: costringere la liquidità a emigrare verso il credito reale.
12 AGO 20
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Tassi negativi per la Banca centrale europea (Bce)? In vista del Consiglio direttivo del 5 dicembre, si muovono truppe e opinioni intorno a una decisione che potrebbe avere per l’Eurotower la stessa portata dell’allentamento monetario (o Quantitative easing) inaugurato tempo fa dalla Federal reserve statunitense. I tassi non sono quelli di riferimento – già ridotti da Mario Draghi al minimo dello 0,25 per cento – ma l’interesse riconosciuto ai depositi di privati presso la Bce, oggi a zero. Obiettivo: costringere la liquidità a emigrare verso il credito reale.
Da mesi di questa ipotesi è portavoce in pubblico Peter Praet, capo economista e componente dell’esecutivo della stessa Bce, già direttore generale della Banca centrale belga dopo un’esperienza nel privato, alla Fortis. Nato in Germania, a Herchen, Praet ha un curriculum che lo avvicina a Mario Draghi, mentre la sua nomina è frutto di un compromesso tra Parigi e Berlino. Non ha neppure escluso l’acquisto diretto di asset, cioè di obbligazioni statali e istituzionali, proprio come fa la Fed. Forse non a dicembre ma nel 2014 questa potrebbe essere la nuova arma non convenzionale di Draghi, e il nuovo campo di battaglia con la Germania, e la Bundesbank in particolare. Non a caso ieri il banchiere centrale con passaporto italiano, intervenendo a un evento pubblico in Germania subito dopo la cancelliera Angela Merkel, ha risposto così alle critiche di lesa ortodossia che gli sono piovute addosso in questi giorni: “Non siamo tedeschi, noi agiamo per l’Eurozona nel suo complesso”.
Adesso, se si battesse la strada dei tassi negativi sui depositi bancari, oltre a disincagliare il credito si cercherebbe anche di evitare il parcheggio a Francoforte di parte dei 4.700 miliardi di dollari dati al mercato dopo il 2007 dalle Banche centrali, principalmente dalla Fed (in attesa del “tapering”, il rientro dalla politica accomodante), dalla Bank of England, e dopo 15 anni di stagnazione dalla Bank of Japan. Ma ammesso che si decida, quanto servirà, visto che la cancelleria tedesca sta mettendo in piedi per il prossimo semestre europeo, a guida italiana, un sistema di contratti con i singoli paesi per irrigidire ulteriormente il Fiscal compact? Negli Stati Uniti e altrove la trasmissione di denaro dalle Banche centrali al credito e ai consumi è diretto, e l’avversario non è l’inflazione ma la disoccupazione. Nella zona euro il mercato è di fatto sequestrato dalle politiche nazionali. Banche centrali e politica monetaria restano dunque i protagonisti del dopo 2007; ma solo nell’Eurolandia devono superare il catenaccio o l’inerzia dei governi. I quali per paradosso hanno imposto alla Bce il totem della separazione (fasulla) dalla politica.