Ballo intorno alla legge che c’è

La sentenza della Consulta ha confezionato, con una specie di taglia e incolla, una nuova legge elettorale immediatamente utilizzabile, e ora che si va al sodo molti cominciano a interrogarsi sull’ipotesi di rinunciare alla riforma, che sembra finita al centro del solito gioco dei veti incrociati. Si può concordare con chi, come Augusto Barbera, considera che la Consulta abbia ecceduto invadendo in modo “creativo” un potere legislativo che non le compete, ma resta il fatto che oggi è vigente una nuova legge elettorale.
12 AGO 20
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La sentenza della Consulta ha confezionato, con una specie di taglia e incolla, una nuova legge elettorale immediatamente utilizzabile, e ora che si va al sodo molti cominciano a interrogarsi sull’ipotesi di rinunciare alla riforma, che sembra finita al centro del solito gioco dei veti incrociati. Si può concordare con chi, come Augusto Barbera, considera che la Consulta abbia ecceduto invadendo in modo “creativo” un potere legislativo che non le compete, ma resta il fatto che oggi è vigente una nuova legge elettorale. L’impianto è sostanzialmente proporzionale, ma con correzioni piuttosto consistenti rispetto al lontano passato della Repubblica dei partiti, visto che resta lo sbarramento del 4 per cento per ottenere seggi alla Camera e quello dell’8 per cento (ma da calcolare regione per regione) per il Senato. Queste norme sopravvissute garantiscono contro la proliferazione delle presenze parlamentari, che era uno dei difetti del sistema proporzionale, ma non producono “governabilità”, cioè maggioranze autosufficienti, almeno in base alla distribuzione dei consensi prevedibile. Per la verità la crisi dei partiti ha reso instabili anche le coalizioni maggioritarie, sia nel centrosinistra sia nel centrodestra. L’idea che la crisi del sistema decisionale si possa risolvere solo con un marchingegno elettorale, d’altra parte, si è già dimostrata illusoria. In particolare ora, con un elettorato suddiviso su tre poli e non più su due, in assenza di accordi tra coalizioni diverse si può ottenere l’autosufficienza di uno di essi solo con una forzatura maggioritaria molto consistente. Chi si diletta di calcoli aleatori, peraltro, sembra sia arrivato alla conclusione che due dei tre sistemi di cui si discute non produrrebbero comunque maggioranze autosufficienti, mentre quello del “sindaco d’Italia”, darebbe, ma per giudizio degli elettori, una correzione maggioritaria molto consistente, che avrebbe senso solo se il premier eletto in questo modo avesse poteri di tipo presidenziale, appunto come quello dei sindaci, le cui dimissioni provocano lo scioglimento delle Assemblee. In assenza di una norma di questo tipo (che richiederebbe una revisione costituzionale in senso presidenziale) c’è il rischio che un’Assemblea costituita con una correzione maggioritaria giustificata dalla scelta del premier, poi annulli del tutto la sua autonomia di controllo o lo licenzi con qualche ribaltone.
Si capisce, in presenza di questi e di altri elementi critici, che si faccia strada l’idea di scegliere la via di minor resistenza, cioè di applicare il sistema ritagliato dalla Consulta rinviando alle nuove Camere, per la decima volta, l’onere di trovare una via d’uscita organica dal blocco decisionale e democratico che affligge le istituzioni. La via più facile raramente è quella più utile, e questo caso non fa eccezione alla regola. Ma un serio problema ormai si pone.