Si fa presto a dire strike. I problemi di un attacco all’Iran

Difficilmente Israele potrà attaccare le installazioni nucleari iraniane con un’offensiva aerea, come quella che nell’81 distrusse il reattore di Osirak, una trentina di chilometri a sud di Baghdad. Allora, per l’“Operazione Opera”, erano bastati otto caccia F-16, ma si trattava di fermare una reattore in grado di produrre 40 megawatt. Oggi, a trent’anni di distanza, si tratta di fermare un programma nucleare disperso in un reticolo di impianti, spesso di dimensioni considerevoli (il reattore di Bushehr, inaugurato il 12 settembre, punta a produrre mille megawatt, a pieno regime).
11 AGO 20
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Difficilmente Israele potrà attaccare le installazioni nucleari iraniane con un’offensiva aerea, come quella che nell’81 distrusse il reattore di Osirak, una trentina di chilometri a sud di Baghdad. Allora, per l’“Operazione Opera”, erano bastati otto caccia F-16, ma si trattava di fermare una reattore in grado di produrre 40 megawatt. Oggi, a trent’anni di distanza, si tratta di fermare un programma nucleare disperso in un reticolo di impianti, spesso di dimensioni considerevoli (il reattore di Bushehr, inaugurato il 12 settembre, punta a produrre mille megawatt, a pieno regime).
La proliferazione degli obiettivi complica l’attacco aereo, che come lasciano intuire le recenti esercitazioni alla base sarda di Decimomannu, Israele starebbe ultimando nei suoi dettagli. La gloriosa aviazione israeliana, per quanto dotata di bombe “bunker buster” – missili che superano la tonnellata, in grado di colpire obiettivi nascosti sotto metri di roccia – da sola, non ne avrebbe le forze. “Dobbiamo presumere che l’Iran stia facendo tutto il possibile per proteggere il suo arsenale, nascondendo e disperdendo il più possibile gli obiettivi – dice Pieter Wezeman, dell’International Peace Research Institute di Stoccolma – per questo sarà molto difficile per Israele mettere a segno un attacco a tutti gli impianti essenziali”. Anche gli alleati americani, se sollecitati, non potrebbero fermarsi alle 55 bombe “bunker buster” spedite in Israele nel 2009, di cui ha raccontato Newsweek a fine settembre, con uno scoop di Eli Lake. Servirebbe almeno l’aiuto dei bombardieri B2, in grado di bombardare l’Iran con ordigni di questo calibro partendo dalla base di Whiteman, nel Missouri (da cui sono partiti svariate volte anche nell’appena conclusa campagna di Libia).
Visti i rischi, se ci si vuole servire solo dell’aviazione, è meglio ripiegare su un attacco selettivo, meno massiccio ma comunque incisivo. Come dice al Foglio l’esperto di strategia militare Martin van Creveld, “è molto più probabile che l’offensiva israeliana punti a rallentare il programma atomico iraniano, colpendone gli snodi più importanti, piuttosto che ad annientarlo”.
I punti più avanzati del programma nucleare di Teheran, però, sono stati costruiti sotto terra o incastonati nelle montagne, al riparo, sperano gli iraniani, da attacchi aerei e da virus informatici come Stuxnet. Contro questo tipo di strutture potrebbero non bastare nemmeno bombe come la Massive Ordnance Penetrator (Mop), fiore all’occhiello dell’aviazione statunitense (i dieci ordigni in produzione sono in grado di scendere fino a quaranta metri sotto la roccia, o otto metri nel cemento rinforzato). Bisognerebbe allora ricorrere ai missili balistici, che, sparati da terra, escono dall’atmosfera per poi rientrarci, puntando al terreno con una spinta nettamente superiore.
Guarda caso, nel giorno in cui il mondo si allertava per un’indiscrezione secondo la quale il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva convinto il suo esecutivo ad attaccare l’Iran, sopra i cieli di Tel Aviv sfrecciava il missile balistico Jericho III, ufficialmente per un test di routine. Ma anche i Jericho potrebbero non bastare: secondo i calcoli di Abdullah Toukan, del Center for Strategic and International Studies di Washington, servirebbero 42 Jericho III per essere sicuri di aver “danneggiato pesantemente, o forse demolito” almeno i siti di Natanz, Esfahan e Arak. Il rischio di un attacco scoordinato è talmente alto che, scrive Yediot Ahronot, gli stessi alleati americani stanno lavorando su più piani diplomatici per ottenere una condanna netta da parte del Consiglio di sicurezza Onu, con sanzioni letali quanto basta per contenere l’impazienza di Gerusalemme.