Radical chic/3
11 AGO 20

Non vorrei sembrarle pedante signor Balestrazzi, tanto più dopo gliapprezzamenti che lei ha espresso sul mio post, ma quello a cui ladefinizione “chic”, attribuita ai “radical”, mi pare facciariferimento non è tanto o principalmente l’arroganza intellettuale di chiè certo in assoluto di avere ragione e non è minimamente aperto alleragioni degli altri. Non che questo tratto non appartenga a quellacategoria. Direi però che le contraddizioni che ha immortalato per primoWolfe riguardano innanzitutto l’ostentazione continua dei buonisentimenti; il presentarsi come paladino delle cause giuste e dellebattaglie coraggiose da parte di chi quelle battaglie si limita acombatterle nei suoi comodi ed eleganti salotti (che oggi forse sonosoprattutto quelli televisivi); la retorica dell’elogio dei più umili edeboli da parte di persone a cui quegli umili fanno in realtà un pò schifoe rispetto a quali si sentono assai migliori; la vanità, la convenienza ela ricerca di protagonismo mascherate da altruismo e coscienza civile edemocratica. In questo senso devo dirle che Saviano, per molto tempo, non mi ha fatto mai pensare a un “radical chic”, perchè sono convinto che ilsuo libro è stato in effetti un libro coraggioso e che la sua vita blindatae di persona perennemente scortata dà la misura di come comunque lui abbia pagato un prezzo e la sua battaglia, coi mezzi propri di un intellettuale, l’abbia combattuta anche in “prima linea”. Sono la frequentazione dei Fazio, dei Benigni e compagnia bella (quelli sì, a mio parere, mediocri, prevedibili e noiosi “radical chic” di serie B) e le lusinghe di un mondo che lo ha trasformato in un’icona che secondo me non gli stanno facendo un granché bene…Detto questo, mi sembra giusto il suo richiamo al rischio che anche noifoglianti clericali o liberali o clerical-liberali si diventiauto-referenziali e intellettualmente arroganti e dogmatici, è una malattiasubdola questa, che ti prende senza che te ne accorgi.