L'Italia invierà mille soldati in più
Quella in Afghanistan non è solo la guerra di Obama
Uno dei luoghi comuni più tipici e sbagliati dei media è che, dopo il discorso presidenziale della scorsa notte, l’Afghanistan è ormai diventato la “guerra di Obama”. No, niente affatto. Sono le nazioni e non i governi ad andare in guerra; e l’impegno preso dal presidente Obama sull’invio di altri 30 mila soldati nel teatro di operazioni dell’Asia sudoccidentale è un investimento nazionale, in termini di vite umane e di denaro, per garantire vitali interessi di sicurezza degli Stati Uniti.

Appoggiamo la decisione di Obama e questo nuovo impegno richiesto alla nazione, nonostante le preoccupazioni sulla determinazione del presidente e del suo partito. In ogni caso, si è ormai impegnato, e altrettanto vale per tutto il paese; e uno dei nostri principi fondamentali è che non si intraprendono guerre che non si è decisi a vincere (…). Un’efficace operazione di controinsurrezione, tuttavia, richiede un vasto impegno di uomini e mezzi. E qui arrivano alcuni motivi di preoccupazione. Il comandante scelto dallo stesso Obama, Stanley McChrystal, aveva chiesto almeno quarantamila soldati, ma dovrà accontentarsi di molto meno. L’Amministrazione americana ha richiesto alla Nato altri diecimila soldati, ma si tratta probabilmente soltanto di pie illusioni. Gli europei potranno anche adorare il presidente Obama, ma non hanno alcuna intenzione di combattere al suo fianco, esattamente come non l’avevano al tempo della presidenza Bush.
In termini numerici, questo significa che in Afghanistan si potrà contare su non più di due o tre ulteriori brigate da combattimento, a differenza delle cinque inviate in Iraq. A sua volta, ciò significa che il generale McChrystal sarà probabilmente costretto a prendere difficili decisioni riguardo alle aeree in cui dislocare le proprie truppe: per fare soltanto un esempio, se utilizzarle per eliminare le roccaforti talebane nelle provincie di Kandahar e dell’Helmand meridionale, dove al momento si svolgono i combattimenti più aspri, o invece impiegarle per bloccare la recrudescenza talebana nel nord, fino a poco tempo fa rimasto tranquillo. Altrettanto preoccupante è la decisione di ridurre l’impegno nell’addestramento e nell’equipaggiamento delle forze di sicurezza afghane. Il generale McChrystal e il suo staff ritengono che gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero sostenere un contingente di 400 mila unità, vale a dire il doppio dell’obiettivo attuale. Ma l’Amministrazione ha posto il veto, soprattutto per la questione dei costi di mantenimento.
Un ufficiale ha osservato che il paese manca di un numero sufficiente di reclute “qualificate e istruite”. Ma l’esercito afghano, attualmente forte di novantamila unità, rappresenta uno dei principali successi dell’era post-talebana. Se l’Amministrazione Obama vuole trovare una via d’uscita dall’Afghanistan a breve termine, la creazione di un efficiente apparato militare è essenziale per avere un paese in grado di proteggere la propria popolazione. Il punto più ambiguo del discorso pronunciato la scorsa notte dal presidente americano sta proprio nella sua insistenza su una strategia di “uscita”, in virtù della quale gli Stati Uniti cominceranno a lasciare progressivamente agli afghani il compito di mantenere la sicurezza nel paese già entro i prossimi diciotto mesi. Poiché, tuttavia, la data del luglio 2011 è a un anno di distanza soltanto dall’arrivo delle nuove truppe, appare del tutto arbitraria e dettata da considerazione di natura strettamente politica.
Il presidente Obama ha detto che il suo scopo è mostrare al presidente afghano Hamid Karzai che l’impegno americano è “open-ended”, come se questo non fosse già più che ovvio. Il suo vero scopo potrebbe essere quello di rassicurare i democratici del Campidoglio, che sentono urlare la parola “Vietnam”. Quale che sia il suo autentico scopo, l’insistenza sul ritiro a brevissima distanza dall’attuazione della nuova strategia rappresenta un segnale di insicurezza proprio per quegli afghani che dovrebbe maggiormente rassicurare, e allo stesso tempo incoraggia i talebani ad aspettarci al varco. L’insistenza del presidente su un ritiro a breve termine non fa che ribadire le nostre più generali preoccupazioni a proposito della sua guerra. Quando, lo scorso marzo, ha annunciato un primo invio di nuove truppe, ha fatto un unico discorso e poi ha subito abbandonato l’argomento. Ma questa volta non potrà fare la stessa cosa, visto che metà del suo partito sta già mettendo in dubbio l’efficacia della nuova strategia e richiedendo ancora un’altra “imposta addizionale” per finanziarla. L’ultimo assalto sferrato dai democratici contro George W. Bush e poi contro Hillary Clinton aveva aiutato Obama a conquistare la presidenza; ma ora deve sbarazzarsi di quella sinistra anti-anti-terrorismo, se davvero vuole avere successo.
Quanto ai repubblicani, alcuni saranno tentati di fare la stessa cosa che Obama aveva fatto a Bush, ossia opporsi a una guerra che è sempre più impopolare. Ci auguriamo che non lo facciano. Quali che possano essere i loro dubbi su Obama come comandante in capo, è meglio che lascino ai democratici il ruolo di disfattisti. Se la nuova strategia del presidente avrà successo, i repubblicani raccoglieranno parte del merito per aver sostenuto gli interessi nazionali; se invece fallisce, l’opinione pubblica tornerà ad affidargli la responsabilità della sicurezza nazionale. Soprattutto, come presidente di guerra, Barack Obama dovrà investire gran parte del suo capitale politico per convincere l’opinione pubblica americana che la campagna afghana è necessaria, malgrado tutti i sacrifici che impone. Un discorso a West Point non è sufficiente. Il presidente ha bisogno di un “surge” anche per il proprio prestigio politico.
The Wall Street Journal per gentile concessione di Milano Finanza