Parla l’ex direttore del Fmi, Vito Tanzi
Perché l’euro e il pound barcollano, ma non mollano
Quello che oggi viene considerato da tutti lo scenario peggiore per la Grecia, ovvero la bancarotta statale, non è detto che coincida con la fine dell’Unione europea. Certo il fallimento di Atene per l’euro non sarebbe comunque una passeggiata, e quindi il “salvataggio” è un’opzione da valutare. A patto che a intervenire sia il Fondo monetario internazionale, perché quella nata a Bretton Woods, nonostante le sbandate “dirigiste” delle ultime settimane, resta l’istituzione più adatta per un’azione del genere. Vito Tanzi parla con il Foglio

Quello che oggi viene considerato da tutti lo scenario peggiore per la Grecia, ovvero la bancarotta statale, non è detto che coincida con la fine dell’Unione europea. Certo il fallimento di Atene per l’euro non sarebbe comunque una passeggiata, e quindi il “salvataggio” è un’opzione da valutare. A patto che a intervenire sia il Fondo monetario internazionale, perché quella nata a Bretton Woods, nonostante le sbandate “dirigiste” delle ultime settimane, resta l’istituzione più adatta per un’azione del genere. Vito Tanzi parla con il Foglio, e mentre ragiona ovviamente attinge alla sua esperienza di economista italiano dal curriculum transnazionale, con un ventennio – tra 1981 e 2000 – come direttore del dipartimento di Finanza pubblica del Fondo monetario internazionale.
Se gli si chiede degli attacchi speculativi alla sterlina di queste ore, o dei presunti piani contro l’euro escogitati dagli hedge fund americani e rilanciati dai giornali internazionali la settimana scorsa, Tanzi – che oggi vive a Washington, tiene lezioni negli atenei d’oltreoceano “ma soprattutto studio”, dice – è cauto. Quanto alla valuta di Sua Maestà, che ancora ieri era in calo dopo aver toccato il minimo storico da nove mesi, “è in difficoltà da mesi principalmente per ragioni di carattere fiscale interne al Regno Unito”. Il pound al ribasso insomma dipende dai conti pubblici in disequilibrio. La moneta del Vecchio continente invece sarà pure sotto tiro – “i grandi fondi”, nota Tanzi, “scommettono contemporaneamente su una ripresa che si avvicina e sugli effetti disastrosi di un aggravarsi delle difficoltà di alcuni paesi” – ma soprattutto “molti americani hanno sempre guardato con scetticismo all’esperimento europeo, senza rendersi conto che c’è un parallelo tra ciò che sta succedendo in Grecia e ciò che avviene in California”. “E senza contare – aggiunge – che la California è molto più importante economicamente della Grecia”. Ma se lo stato della costa orientale dovesse andare in bancarotta, “il governo americano, o la Fed, non avrebbero nessun obbligo di aiutarlo. E comunque non sarebbe la fine del dollaro, anche se il biglietto verde soffrirebbe”. Ergo: “Se la Grecia dovesse andare in fallimento, non sarà automaticamente la fine dell’euro o dell’Unione europea anche se naturalmente l’euro ne risentirebbe”.
“Un problema”, ammette Tanzi, si porrebbe comunque “se i paesi che fanno parte dell’euro decidessero, per ragioni politiche, di dissociarsi”. Uno scenario a oggi improbabile, ma la situazione difficile delle finanze pubbliche di Atene resta, e prevenire sarebbe stato possibile: “Ho condiviso per esempio il tentativo del ministro dell’Economia italiano, Giulio Tremonti, di mantenere il più possibile il controllo dei conti pubblici italiani”. Oggi però è tardi, e qualcuno ha suggerito di far prendere alla Grecia “una vacanza” dalla zona euro, magari per consentire una svalutazione di una sorta di euro-bis o della rediviva dracma: “Le svalutazioni non risolvono quasi mai i problemi economici dei paesi – ribatte Tanzi – L’Italia quasi andò in fallimento nel 1992, pur potendo ricorrere allo strumento di svalutazione”. E allora chi può salvare Atene? “La prima risposta che mi viene in mente è questa: la Grecia si dovrebbe salvare da sola”. Se ciò non fosse possibile, per l’ex sottosegretario italiano all’Economia “l’alternativa dovrebbe essere il Fondo monetario internazionale”.
Guai se Bruxelles muovesse un dito: “Non sarei d’accordo anche se il Trattato lo consentisse”, dice Tanzi facendo implicito riferimento all’articolo 103 del Trattato e al divieto di “bailout” statale, perché “ciò creerebbe un problema di ‘azzardo morale’ di dimensioni bibliche che farebbe ancora peggio”. Né converrebbe istituire un’altra organizzazione internazionale ad hoc: “Avremmo migliaia di nuovi impiegati per fare lo stesso lavoro che è già svolto dall’Ue, dalla Bce, dal Fmi e in parte dall’Ocse. E poi il Fmi attuale è ancora largamente dominato dai paesi europei, oltre a essere diretto da un europeo”. In definitiva non si sente il bisogno di un Fondo monetario europeo. Non solo perché un doppione non farebbe altro che complicare lo scenario istituzionale, ma anche perché l’eventuale nuova organizzazione non sarebbe ben vista dai paesi asiatici: “Già oggi pensano a un ‘Fondo monetario asiatico’. Questo perché l’attuale Fmi è considerato un’istituzione occidentale all’interno della quale hanno poco controllo. Una versione ‘europea’ del Fondo, paradossalmente, potrebbe contemporaneamente danneggiare il Fmi e ridurre l’influenza degli europei”.
Dove va il Washington consensus. Qualcuno potrebbe sostenere che comunque una riduzione dell’influenza occidentale all’interno dell’organizzazione è in vista, dopo che il G20 di Pittsburgh ha deciso che almeno un 5 per cento del potere di voto del Fondo monetario internazionale dovrà essere trasferito dai paesi avanzati a quelli emergenti, portando i due gruppi quasi in equilibrio: “Passerà del tempo e alla fine la montagna partorirà solo un topolino – spiega Tanzi – le riforme interne al Fondo sono sempre molto lente e mai rivoluzionarie”. Infine smorza anche i timori per un affievolimento del carattere “liberista” del Fmi: prima l’idea di alzare il livello del target di inflazione ottimale, poi la proposta di rafforzare i controlli sui movimenti di capitali internazionali. “In realtà entrambe le proposte sono contenute in un paper di carattere puramente accademico e che non può contenere nessuna posizione formale del Fondo”, nota Tanzi, che non manca di osservare come l’autore dello studio sia il direttore del dipartimento di Ricerca del Fondo: “Un francese, molto vicino al direttore generale Dominique Strauss-Kahn, anche lui francese. C’è il sospetto che il secondo possa aver suggerito il primo. Ma è pur vero che il punto di vista interno al Fondo sul controllo dei capitali è sempre stato meno dogmatico di quanto potesse apparire da fuori”.
Dove va il Washington consensus. Qualcuno potrebbe sostenere che comunque una riduzione dell’influenza occidentale all’interno dell’organizzazione è in vista, dopo che il G20 di Pittsburgh ha deciso che almeno un 5 per cento del potere di voto del Fondo monetario internazionale dovrà essere trasferito dai paesi avanzati a quelli emergenti, portando i due gruppi quasi in equilibrio: “Passerà del tempo e alla fine la montagna partorirà solo un topolino – spiega Tanzi – le riforme interne al Fondo sono sempre molto lente e mai rivoluzionarie”. Infine smorza anche i timori per un affievolimento del carattere “liberista” del Fmi: prima l’idea di alzare il livello del target di inflazione ottimale, poi la proposta di rafforzare i controlli sui movimenti di capitali internazionali. “In realtà entrambe le proposte sono contenute in un paper di carattere puramente accademico e che non può contenere nessuna posizione formale del Fondo”, nota Tanzi, che non manca di osservare come l’autore dello studio sia il direttore del dipartimento di Ricerca del Fondo: “Un francese, molto vicino al direttore generale Dominique Strauss-Kahn, anche lui francese. C’è il sospetto che il secondo possa aver suggerito il primo. Ma è pur vero che il punto di vista interno al Fondo sul controllo dei capitali è sempre stato meno dogmatico di quanto potesse apparire da fuori”.