Perché la frustata pro crescita al paese convince gli industriali

L’idea di dare la “più grande frustata al cavallo dell’economia” che la storia italiana ricordi, per usare le parole del Cav. nel suo intervento di lunedì sul Corriere della Sera, lo trova completamente d’accordo. Non solo: il presidente di Farmindustria, Sergio Dompé, sposa anche la granitica opposizione del premier a ogni ipotesi di tassazione patrimoniale. Leggi Federalismo e crescita l’uno due del Cav. per la settimana decisiva di Salvatore Merlo - Leggi Prof. tremontiano dice che l’Italia non merita la patrimoniale - Leggi Tassare i patrimoni è necessario, ma a favore di imprese e lavoro di Carlo De Benedetti - Leggi L’agenda Berlusconi di Giuliano Ferrara - Leggi Che cosa intende il Cav. quando parla di piano nazionale per la crescita
11 AGO 20
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“Sono convinto che ci voglia relativamente poco per far ripartire il paese”, dice Dompé in una conversazione con il Foglio. Eccesso di ottimismo? “No, semplicemente non dimentico da dove veniamo. Il peso del nostro debito pubblico è tale che il rischio di finire nel tritacarne della speculazione è stato, e rimane, elevato. Ma nella fase più buia della crisi il paese non è caduto, e questo grazie alle scelte del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sul quale sono arrivate molte critiche ingenerose”. Poggiamo su fondamentali piuttosto solidi, prosegue il presidente di Farmindustria, ma la disoccupazione continua a mordere, “pur restando al di sotto dei livelli della media europea – spiega Dompé – perciò è necessario che ora tutti ragionino su come sia possibile offrire prospettive di crescita coerenti, per esempio, con l’esempio della ripresa tedesca”.
Nel dibattito, però, si fa strada una linea di pensiero diversa: dall’ex premier, Giuliano Amato, al banchiere ex dc Pellegrino Capaldo, passando per l’esponente pd Walter Veltroni, sono in molti a proporre l’introduzione di una tassa patrimoniale per ridurre il debito pubblico e liberare in questo modo risorse per la ripresa: “Sono assolutamente contrario e mi ritrovo nelle parole che il premier, Silvio Berlusconi, ha usato per respingere questa ipotesi. D’altronde ogni aumento delle tasse, in un momento come questo, manderebbe un segnale odioso ai cittadini e alle imprese”.
Per il presidente dell’Associazione delle imprese del farmaco, si potrebbe anche fare a meno di modificare l’articolo 41 della Costituzione sulla libertà d’impresa, un progetto sul quale il governo ha promesso di iniziare a lavorare dal Consiglio dei ministri di questo venerdì: “Perché già a Carta invariata si possono dimezzare le leggi e raddoppiare i controlli”. A questo proposito, l’attività di recupero dell’evasione, certificata in questi giorni dal rapporto annuale della Guardia di Finanza, dovrebbe fare scuola: “Assieme alla lotta alla mafia, il contrasto all’evasione fiscale è forse uno dei migliori risultati di questo esecutivo, risultati che però il governo non ha saputo minimamente comunicare all’opinione pubblica”.
Poi, sempre con l’obiettivo di liberare gli spiriti animali del capitalismo italiano, si dovrebbe andare oltre la semplificazione legislativa e regolamentare. “Va completata al più presto la riforma federale – incalza Dompé – non per ragioni ideologiche, ma perché, a partire dal settore sanitario, il federalismo è un modo per responsabilizzare gli enti regionali e locali, diminuendo e rendendo più efficiente la spesa pubblica”. Anche perché di risorse da disperdere a pioggia, questo è certo, non ce ne sono più: “Tutto quello che c’è va utilizzato soltanto per gli investimenti”.
Dompé, a capo di un’associazione di Confindustria di oltre 200 aziende che nel complesso danno lavoro a più di 67.500 dipendenti altamente qualificati, indica proprio la sanità come modello per una strategia-paese. Innanzitutto per lo stretto legame con quella che gli addetti ai lavori chiamano “economia della conoscenza”.
In Italia operano infatti 6.150 ricercatori, ai quali nel 2009 sono stati affidati 1.220 milioni di euro di investimenti in ricerca e sviluppo: una propensione alla ricerca che è quasi dieci volte rispetto alla media. Inoltre, attorno al “volano della sanità pubblica”, possono attivarsi università, charities private, industria farmaceutica. Infine la capacità di innovazione del comparto farmaceutico: “All’inizio degli anni 90 il settore era dato per perso, l’export rappresentava soltanto il 10 per cento del fatturato delle nostre imprese. Oggi siamo ancora qui, e gli affari conclusi all’esterno dei confini nazionali pesano per il 60 per cento dei nostri fatturati”, ricorda Dompé. In questo senso sono da considerarsi pro crescita riforme come quella del ministro Gelmini per l’Università: “Va nella direzione giusta, perché anche tra gli atenei va aumentata la competitività”. E indispensabili sarebbero pure nuovi incentivi fiscali, “senza ulteriore aggravio per le casse dello stato” perché mirati soltanto sui nuovi investimenti e la nuova spesa in ricerca. L’importante è che di tutto questo si inizi a discutere, perché oramai la crescita non è più un optional bensì una necessità.