Perché ai pm di Palermo non va di fare chiarezza sul caso Ciancimino Jr.

Altro che due pesi e due misure. Quando, poco meno di un anno fa, fu chiamata a pronunciarsi sull’attacco del Fatto quotidiano ai giudici del processo Dell’Utri, presi di mira con una serie di maldicenze e allusioni “alla vigilia di una delicata decisione, in occasione dell’imminente ritiro in camera di consiglio”, la giunta distrettuale dell’Anm di Palermo sentì il bisogno di precisare che la solidarietà era stata espressa “a maggioranza, rispetto a qualsiasi attacco mediatico diretto a condizionare l’esercizio della giurisdizione e a turbare la serenità di giudizio”.
11 AGO 20
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Quei giudici ci riuscirono e, nonostante le previsioni di Travaglio (“C’è una gran voglia di assolverlo”) condannarono Dell’Utri a 7 anni. Perché allora quella precisazione, perché dire apertamente che non tutti i componenti dell’Anm erano d’accordo nel solidarizzare con i colleghi attaccati dal Fatto? E perché oggi il segretario e il presidente dell’Anm di Palermo, Vittorio Teresi e Nino Di Matteo, polemizzano invece con Luca Palamara, presidente dell’Anm nazionale, reo di essere intervenuto sul caso Ciancimino e colpevole di avere raccomandato che su questa vicenda si faccia “piena chiarezza”? Sono tutti fatti che, messi in fila, non hanno spiegazioni logiche né oggettive. Cos’ha da temere, l’Anm di Palermo, dalla “piena chiarezza” sul caso Ciancimino? C’è anche un’indagine del Consiglio superiore della magistratura e proprio oggi sarà ascoltato il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso. C’è stata una rissa tra procure, Palermo contro Caltanissetta, Caltanissetta contro Palermo, e sono intervenuti tanto il Csm, che può trasferire d’ufficio i magistrati coinvolti, quanto la procura generale della Cassazione, che può mettere in moto i procedimenti disciplinari. Logico dunque che tutti vogliano la chiarezza e che questo sia anche interesse dei pm del capoluogo siciliano. E allora, dov’è la logica della reazione dell’Anm di Palermo contro l’Anm nazionale?
E dov’è la logica del fatto che a parlare del caso Ciancimino sia, come presidente dell’Anm palermitana, Nino Di Matteo, che rappresenta anche l’accusa nel processo Mori e che è uno dei titolari dell’indagine sulla trattativa?
E’ Nino Di Matteo che difende Ingroia, il suo capo, nonché coordinatore della stessa inchiesta; è lui a sostenere che tutto ci si sarebbe potuto aspettare, “ma non che ci arrivassero attacchi proprio dall’interno dell’Anm”. E’ lui, in altre parole, che difende anche e soprattutto se stesso.
Pure Teresi difende Ingroia, sotto un altro profilo: quello della partecipazione – con annesso comizio – alla manifestazione di piazza del Popolo. “La magistratura si legittima soltanto nei processi e non nelle piazze”, aveva detto Palamara. E cosa c’è, di tanto illogico, in un’affermazione del genere? Il presidente nazionale è stato però subito accusato da Teresi di essere “caduto nella trappola delle urla mediatiche” e di non avere detto che l’Anm aveva aderito alla manifestazione romana con un documento ufficiale. “Non avere detto queste cose è stato un grave errore, che oggettivamente contribuisce all’isolamento di Antonio Ingroia”. Oggettivamente. L’avverbio tanto caro alla sinistra degli anni 70, così come “doveroso” era l’aggettivo della magistratura di rito palermitano per giustificare ogni tipo d’intervento nei grandi processi. Teresi partecipò – dall’inizio alla fine, “inseguendolo” anche in appello – a uno di questi processi, quello contro l’ex ministro dc Calogero Mannino, che (oggettivamente) fu sempre assolto, nonostante le sue richieste di condanna.
Ma cosa c’è di oggettivo, nella vicenda Ciancimino? Nulla. Nemmeno la rilevanza mediatica. Il caso, bisogna ammetterlo, è uno scandalo di stato e fa ancora notizia solo per il Foglio e Radio Londra. E’ una storia chiusa, invece, per i grandi giornali: forse anche per l’autotutela di testate e trasmissioni che tanto avevano enfatizzato il ruolo del pataccaro figlio di don Vito, è sparita, o quasi, dalle pagine dei quotidiani. Altri elementi oggettivi? La calunnia che gli stessi pm palermitani contestano al loro ex superteste è la prima cosa. La presenza di esplosivo in casa dello stesso superteste è la seconda. La legge è uguale per tutti, ripetono i rappresentanti dell’Anm, nazionale e siciliana. Prima o poi, allora, lo sarà forse anche per Ciancimino Jr., che non è stato arrestato né processato per direttissima per la detenzione della dinamite che teneva in giardino. E in questa storia c’è l’oggettiva tristezza ispirata dall’amaro destino di chi ha perso familiari e persone care nelle stragi del 92-’93. Salvatore Borsellino, che, dopo un lungo silenzio, da qualche anno si batte per la memoria del fratello Paolo, ucciso nel ’92, ha ripetuto che nonostante tutto parlerebbe ancora al fianco di Ciancimino Jr., in una manifestazione pubblica come quella tenuta l’anno scorso al rettorato dell’università dove il “pataccaro”, trasformato dai magistrati di Palermo in una “icona dell’antimafia”, presentò il suo libro, “Don Vito”, scritto a quattro mani con Francesco La Licata, inviato della Stampa.