Per Ruggeri, prima di discutere dei diritti, al sud si parli di doveri

“Sia ben chiaro: io mi faccio domande sul futuro della Fiat, ma mi guardo bene dal giudicare Marchionne”. Ci mancherebbe altro: per Riccardo Ruggeri, da buon torinese, la Fiat sta nel Dna, un carattere che si sviluppa lungo una vita intera: a 19 anni operaio a Mirafiori, studente la sera; a 56 anni, da manager, ai vertici della fusione tra Fiat e Ford in New Holland e membro del comitato strategico del Lingotto.
10 AGO 20
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“Sia ben chiaro: io mi faccio domande sul futuro della Fiat, ma mi guardo bene dal giudicare Marchionne”. Ci mancherebbe altro: per Riccardo Ruggeri, da buon torinese, la Fiat sta nel Dna, un carattere che si sviluppa lungo una vita intera: a 19 anni operaio a Mirafiori, studente la sera; a 56 anni, da manager, ai vertici della fusione tra Fiat e Ford in New Holland e membro del comitato strategico del Lingotto. Anche oggi, che guida un’assicurazione, per lui la Fiat è quasi un’ossessione, cui dedicare un libro “Parola di Marchionne” (Brioschi Editore), che non è un inno al pensiero unico del manager dei due mondi, autore di un piano “senza alternative”. O, come insinua Guido Viale sul manifesto, di alternative ce ne sono. Anche perché le sei milioni di vetture Fiat/Chrysler, per ora, sono solo uno slogan. “Sui sei milioni di macchine Viale non ha tutti i torti. Ma su Pomigliano Marchionne sta facendo un’opera meritoria. Lo faccia dire a me che ho avuto a che fare con stabilimenti Fiat nel Sud dove una fetta degli occupati concepisce il posto di lavoro come un atto dovuto, una sorta di pensione d’invalidità”.

Ma non è un luogo comune? “Ci sono indicatori sensibili. Vada a vedere l’assenteismo in occasione delle partite, dei raccolti o di quelle interminabili riunioni dei delegati sindacali. Marchionne non lede diritti, chiede garanzie”. Magari, tra non molto, la Fiat chiederà altri sacrifici perché il mercato non tira. “Marchionne l’ha fatto capire più di una volta: mi basterebbe una fabbrica in Italia, come in Polonia o in Brasile. Ma la vera sciagura di Fiat è di essere sia un’azienda che un’istituzione”. Ma il problema non è produrre, bensì vendere. “Ho paura – commenta Ruggeri – che stia tornando la moda dei volumi piuttosto che dei talenti. Marchionne si è trovato in casa la ‘500’, cioè un modello di straordinario successo. Ma che ne è stato della materia prima fondamentale, gli uomini?”. I talenti del design e del commerciale sono passati a Volkswagen, i cervelli di Powertrain, quelli che hanno garantito alla Fiat un vantaggio nei motori, sono passati a decine a Gm. “Vedrà che motori tirerà fuori Gm – sospira Ruggeri, vecchio motorista – E, per quanto riguarda Volkswagen, anche loro hanno sposato la teoria dei volumi: ma ci hanno messo 15 anni, investendo una montagna di soldi in tecnologie ma, soprattutto, per dotare il gruppo di un’offerta gradita al mercato”. Riuscirà a imitarli Marchionne? Mica facile, se si pensa che, in provincia di Milano, la quota delle auto vendute dal gruppo di Mirafiori oggi non arriva al 15 per cento. Insomma, c’è aria di bluff. “Oggi Marchionne fa quel che può. Da controller, cioè uomo di numeri, qual è”. Ruggeri non crede che ci siano reali alternative, anche se dice: “La ricchezza dell’industria italiana, da tempo, passa da altre realtà: la rubinetteria, tanto per fare un esempio, procura un saldo attivo di 5 miliardi alla bilancia commerciale. Ma che si facciano rubinetti o auto, per Pomigliano poco cambia: prima di parlare dei diritti, fermiamoci a discutere di doveri”.