Non ritiriamoci proprio adesso dall’Afghanistan

Sono passati diciotto mesi da quando il presidente Obama ha annunciato il surge delle truppe in Afghanistan, e luglio 2011 – la data che il presidente americano ha fissato per l’inizio del ritiro – è quasi arrivato. Washington non ha ancora deciso se il ritiro sarà “modesto”, come sta chiedendo il segretario alla Difesa Robert Gates, o più sostanziale come, secondo le indiscrezioni trapelate sui media, preferirebbe la Casa Bianca. di Kimberly Kagane Frederick Kagan © Wall Street Journal
11 AGO 20
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I miglioramenti della situazione sul campo sono innegabili. Le forze della coalizione hanno spinto i talebani fuori dai loro santuari nel sud dell’Afghanistan e continuano a tenerli sotto pressione. I talebani hanno lanciato una campagna per riconquistare il territorio perduto, ma al momento non hanno avuto successo. Le loro tattiche rivelano la loro debolezza. Da tempo avevano smesso di lanciare attacchi suicidi contro i civili afghani per paura di alienarsi l’appoggio della popolazione, ma ora hanno ricominciato. Questa nuova serie di attentati sta creando un divario tra il nemico e la popolazione, un fenomeno di cui abbiamo già avuto esperienza in Iraq.
Ci sono tutte le ragioni per credere che le forze della coalizione e i loro partner afghani – sempre più efficaci – possono mantenere le conquiste nel sud durante questa stagione di combattimenti (che continuerà fino a novembre). Questa situazione permetterebbe alle forze della coalizione per la prima volta dal 2001 di creare zone di sicurezza significative intorno a tutti i maggiori centri urbani del sud. Unica condizione è avere le risorse e il tempo per farlo.
Operazioni più aggressive sono riuscite a mantenere un alto livello di sicurezza a Kabul e da lì si stanno lentamente espandendo. Comunque il nemico continua a mantenere paradisi sicuri nell’Afghanistan dell’est, che devono essere ripuliti prima di passare sotto la responsabilità afghana. Anche il network Haqqani – che opera dall’Afghanistan dell’est ed è legato ad al Qaida e altre organizzazioni terroristiche, come Lashkar e Taiba, con aspirazioni internazionali – deve essere sconfitto. Fino a questo momento non è stato possibile portare avanti operazioni di pulizia nell’est perché il surge può contare su non più di 30.000 soldati. Senza il pacchetto completo richiesto dal generale Stanley McChrystal, i comandanti hanno dovuto prima concentrarsi sull’Afghanistan del sud che nel 2009 rischiava di cadere nelle mani dei talebani. La rimozione prematura delle forze americane negherebbe alla coalizione la possibilità di spostare soldati nell’Afghanistan dell’est. Le forze di sicurezza afghane, per quanto riescano a mantenere il terreno e a combattere in modo efficiente, non sono ancora in grado di affrontare la minaccia talebana da sole.
Soprattutto, la popolazione afghana ha bisogno di acquisire fiducia prima di riuscire davvero a impegnarsi a resistere ai talebani e a sostenere il governo. Ma può fidarsi solamente se vede che la coalizione e le forze afghane respingono l’arrivo del prossimo contrattacco talebano. Una stagione di successo quest’anno permetterebbe operazioni decisive nell’Afghanistan dell’est nel 2012. Le stesse regole dovrebbero essere applicate a quelle operazioni: se la coalizione ripulirà i paradisi talebani dell’est nel 2012, è molto probabile che il nemico contrattacchi nel 2013 e, a quel punto, la coalizione e gli afghani dovranno respingere il contrattacco per dimostrare alla popolazione locale che i fondamentalisti hanno perso e non torneranno più.
Le tempistiche delle operazioni sono compatibili con la scadenza del 2014, annunciata l’anno scorso a Lisbona dal presidente Obama e dagli alleati della Nato, per trasferire il controllo della sicurezza agli afghani e ridurre l’apporto degli americani nell’addestramento e nelle operazioni di controterrorismo. Queste tempistiche permetterebbero anche l’inizio del ritiro di forze considerevoli nel 2013, assumendo che il progresso continui nel sud e che si riesca a sconfiggere i contrattacchi nemici nell’est. Le pressioni per il ritiro sono determinate per lo più dalla paura del deficit degli Stati Uniti, dalla frustrazione nei confronti del governo afghano, dalla rabbia nei confronti del Pakistan e l’esuberanza irrazionale causata dall’uccisione di Osama bin Laden. Ma la morte di Bin Laden non è rilevante rispetto alla situazione sul terreno in Afghanistan oggi perché non ha nessun effetto significativo sull’atteggiamento della popolazione rispetto alla possibilità che i fondamentalisti siano battuti o riescano a vincere.
Per quanto riguarda gli altri problemi, il ritiro prematuro li aggraverà tutti. Più il governo afghano crederà che l’America non sia seria nella sua volontà di successo, più si comporterà in modo controproducente. E’ molto più probabile che i militari pachistani rafforzino il sostegno ai gruppi in Afghanistan sul loro libro paga se Obama continua a sostenere la sua convinzione decennale secondo cui l’America inevitabilmente finirà per abbandonare la regione. Il fallimento del Pakistan nell’affrontare il problema delle basi terroristiche all’interno del paese andrà di pari passo con la rinascita dei santuari in Afghanistan.
Le motivazioni di carattere economico hanno ancora meno senso. Il risparmio marginale del ritiro dall’Afghanistan di 5.000 o 15.000 soldati dodici o diciotto mesi in anticipo è insignificante rispetto al costo del fallimento. Se ci sconfiggiamo da soli in Afghanistan adesso, dovremo scegliere poi se accettare probabili attacchi sul suolo americano o se intervenire militarmente ancora una volta – a un costo molto maggiore di quello che potremmo sperare di ottenere adesso.
Se Obama annuncerà il ritiro di tutte le forze del surge dall’Afghanistan nel 2012, la guerra sarà con ogni probabilità persa. Al Qaida, Lashkar e Taiba e altre organizzazioni terroristiche globali ristabiliranno quasi certamente le loro roccaforti in Afghanistan. E’ molto probabile che lo stato afghano collassi e che il paese piombi in una guerra civile. Il risultato di questa politica sarebbe molto peggiore della decisione di Nixon di accettare la sconfitta in Vietnam, perché aumenterebbe contestualmente il rischio di un attacco sul suolo americano. Gli americani possono essere stanchi della guerra, ma la guerra non si è stancata di noi. Migliaia di persone in giro per il mondo si svegliano ogni mattina e pensano a come uccidere cittadini americani e distruggere lo stile di vita americano. Adesso abbiamo il momentum contro questi nemici in Afghanistan. E’ il tempo di insistere con la guerra.
di Kimberly Kagane Frederick Kagan
© Wall Street Journal
per gentile concessione di MF
(traduzione di Alberto Mucci)