Ma come si nazionalizza una banca? Ecco le ultime ricette

Di fatto sono mesi che alcune delle maggiori banche al mondo sono state nazionalizzate. Lo si è fatto in sordina, attraverso strumenti spesso opachi e ambigui ma tali da creare le basi di quanto oggi è ormai evidente: l’avvicendamento tra pubblico e privato come unica soluzione all’agonia di istituzioni finanziarie portatrici “insane” di quel rischio sistemico che non deve deflagrare, altrimenti sarà il caos. Leggi: L'intervento di Savona - L'intervento di Forte - L'intervento di Gotti Tedeschi di Jacopo Dettoni
11 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 21:52
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Non sorprende dunque che il Tesoro statunitense si appresti a diventare il maggiore azionista di Citigroup. Anzi, come ha detto due giorni fa il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, semmai dovrebbe sorprendere che non l’abbia fatto prima. Chissà, forse i tempi per gettare la maschera non erano ancora maturi, o forse la crisi non aveva ancora raggiunto il suo climax, l’unico valido pretesto che avrebbe spinto la Casa Bianca a varcare a viso aperto la soglia di Wall Street.
Oggi quel momento è arrivato: il Dow Jones è crollato sotto i livelli del 1997 e addirittura l’ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, la sfinge, colui che sembrava avere saldamente tra le mani le sorti del mercato finanziario ha dovuto arrendersi all’ipotesi di una nazionalizzazione del sistema bancario.
In questo momento, non sembra esserci altra soluzione e il sentiero da seguire è già stato tracciato mesi or sono. Se convertisse in azioni ordinarie tutti i titoli privilegiati di Citigroup e in Bank of America sottoscritti lo scorso autunno – 90 miliardi di dollari in tutto – il Tesoro americano acquisterebbe, seduta stante, la maggioranza dei diritti di voto in entrambe le banche. Riguardo il colosso assicurativo Aig – che ieri ha dichiarato una mostruosa perdita netta di 60 miliardi di dollari sull’intero 2008 – il problema invece non si pone nemmeno: è da settembre che la Federal Reserve di Ben Bernanke ha sottoscritto warrant che gli garantiscono la proprietà del 79,9 per cento della società di assicurazioni. E poi c’è la Federal Deposit Insurance Corporation, nella quale confluiscono tutte le banche, nazionali e regionali, che sono già fallite, in attesa che qualche temerario si faccia avanti per rilevarle: dall’inizio del 2009, la lista si è allungata di 19 istituti.
Insomma, la nazionalizzazione del sistema bancario statunitense è un fenomeno molto più attuale di quanto non si creda. Senza tanti squilli di trombe, maccartisti e non hanno messo da parte ogni sfizio ideologico e hanno fatto di necessità virtù. “Gli Stati Uniti stanno dando una grande prova di pragmatismo – spiega al Foglio Giulio Sapelli, docente di Storia economica all’Università Statale di Milano – anche se non siamo di fronte a fenomeni di “nazionalizzazione” classica, quanto piuttosto di “neopatrimonialismo”: è la classe politica che sta mettendo le proprie mani sugli asset bancari perché non può farsi travolgere dalla crisi”. Come dire: qui non si tratta di socialismo e chissà che altro, ma di ergere nuovi argini a una crisi che rischia realmente di travolgere l’economia. Anche perché, per la cultura sostanzialmente pragmatica degli americani, è ammissibile pubblicizzare temporaneamente, tanto sarà poi facile tornare alla normalità, al mercato e ai privati. In quest’ottica, ogni mezzo diventa possibile.
Ma la tendenza in Europa può arrivare a sbocchi differenti, per la diversa cultura politica ed economica. Si giunge a parlare in alcuni casi di esproprio, come quello previsto da una nuova bozza di legge approvata dal governo tedesco. Anche perché, quale che sia la strada che verrà intrapresa, i primi a farne le spese saranno gli azionisti: che si vedano i loro titoli espropriati dallo stato, o azzerati nel loro valore da nuovi crolli azionari, poco cambia.
Pure il governo inglese sta usando le maniere forti. Anzi, è stato il primo a farlo, con la nazionalizzazione di Northern Rock, avvenuta attraverso la confisca di tutte le quote di capitale azionario in circolazione. Poco dopo, la stessa sorte è toccata agli azionisti di Bradford&Bingley e poco ci manca che venga condivisa anche da quelli di Rbs, dove, attraverso mezzi meno drastici – sottoscrizione di azioni di nuova emissione – Downing Street è salita al 70 per cento del capitale. Tutti interventi che, almeno sulla carta, dovrebbero essere temporanei. Sull’esempio del caso svedese che è ormai sulla bocca di tutti, i governi non mancano di garantire che, una volta risanate, le banche torneranno private. Sarà realmente così? Marco Onado, docente di Economia degli intermediari finanziari alla Bocconi, è scettico: “Non credo proprio – ha detto – all’intenzione dei vari governi di vendere le partecipazioni una volta terminata la crisi: mi sembrano solo promesse da marinaio”.
di Jacopo Dettoni