L’occasione di Bersani
Pier Luigi Bersani, dopo la votazione che ha visto ridursi la maggioranza al di sotto del livello di guardia, ha chiesto le dimissioni del presidente del Consiglio. Non ha invece dato indicazioni su quel che propone fare dopo queste dimissioni imminenti, già ora o dopo un esplicito voto di sfiducia nei prossimi giorni. Se Bersani vuole ancora le elezioni, come ha detto fino a poche settimane fa, non ha che da chiederle.
11 AGO 20

Pier Luigi Bersani, dopo la votazione che ha visto ridursi la maggioranza al di sotto del livello di guardia, ha chiesto le dimissioni del presidente del Consiglio. Non ha invece dato indicazioni su quel che propone fare dopo queste dimissioni imminenti, già ora o dopo un esplicito voto di sfiducia nei prossimi giorni. Se Bersani vuole ancora le elezioni, come ha detto fino a poche settimane fa, non ha che da chiederle.
Non si capisce, per la verità, per quale ragione il leader di un partito e di una coalizione che otterrebbe secondo tutti i pronostici la maggioranza relativa dei voti e quella assoluta dei seggi in una consultazione ravvicinata debba invece invischiarsi nel varo di un esecutivo pasticciato e lasciarsi scappare un’occasione importante: dimsotrare di essere pronti a incarnare l’alternativa al centrodestra. Si dice addirittura che sia stata redatta una mozione di sfiducia firmata da tutte le opposizioni (e quindi virtualmente maggioritaria alla Camera) in cui si indica la prospettiva di un governo “d’emergenza”.
Può darsi che Bersani abbia aderito a questa piattaforma per mantenere aperto il contatto con il Terzo polo, nella convinzione che sarà il centrodestra a farla fallire e quindi a rendere inevitabile il ricorso alle urne. Sarebbe un gioco tattico pericoloso, che farebbbe perdere tempo lasciando il paese in una situzione di incertezza. Se invece il leader democratico crede davvero all’esigenza di cedere il potere alla tecnocrazia testimonierebbe la sfiducia nella sua stessa capacità di proporre e realizzare un programma di risanamento. Bersani rifiuta, giustamente, una funzione ancillare per il suo partito, ma può evitare questa condizione solo se ha il coraggio di chiedere agli italiani il mandato per governare.