Le emozioni del salmone morto
Non passa giorno senza che ci venga propinata l’ultima “scoperta” delle neuroscienze. La cui versione super meccanicistica e caricaturale – a quella certa area del cervello corrisponderebbero certe emozioni, certe inclinazioni, addirittura la capacità di emozionarsi alla lettura di un romanzo – fa ormai coppia con l’altrettanto caricaturale “predisposizione genetica” alle attività e agli atteggiamenti più vari.
11 AGO 20

Non passa giorno senza che ci venga propinata l’ultima “scoperta” delle neuroscienze. La cui versione super meccanicistica e caricaturale – a quella certa area del cervello corrisponderebbero certe emozioni, certe inclinazioni, addirittura la capacità di emozionarsi alla lettura di un romanzo – fa ormai coppia con l’altrettanto caricaturale “predisposizione genetica” alle attività e agli atteggiamenti più vari. Sull’infondatezza di questa impostazione si interroga ora perfino il New Scientist, che nello scorso numero ha scritto che “è ormai chiaro che la maggioranza – forse la maggioranza – dei risultati delle neuroscienze sono spuri, come le onde cerebrali di un pesce morto”. Il settimanale divulgativo inglese si riferisce all’esperimento che nel 2009 portò un ricercatore dell’Università della California, Craig Bennett, a sottoporre a risonanza magnetica funzionale un salmone morto (lungo 18 pollici e pesante 3.8 libbre, dicono le cronache). La tecnica, usata per verificare quali aree cerebrali si attivino di fronte a certi stimoli, ha rilevato segni di attività neuronale nel salmone al quale erano state “mostrate” alcune immagini di persone. Una specie di scherzo, insomma, di cui lo stesso Bennett, rievoca il New Scientist, non si aspettava lo stupefacente risultato: “Quell’attività neuronale naturalmente non c’era, il salmone era defunto. Ma il segnale era lì, e ha confermato quello che molti erano andati timidamente borbottando per anni: c’è qualcosa di sospetto nelle neuroscienze”. Non è solo un problema di “falsi positivi”, ma una lezione d’umiltà (scientifica) per chi immagina le emozioni e la coscienza come qualcosa da “localizzare” nel cervello.