Il pataccaro e altri eroi malsani

Lunedì scorso, giorno d’apertura del processo sulla fantomatica Trattativa, Massimo Ciancimino, meglio conosciuto come il Grande Pataccaro di Palermo, era entrato nell’aula bunker di Pagliarelli, con la foga di un capocomico che finalmente si riappropria del suo palcoscenico. Libero e bello, si ritrovava di nuovo al centro della ribalta, con cronisti che tornavano a inseguire i suoi racconti da avanspettacolo giudiziario e le telecamere che lo riprendevano mentre distribuiva affettuosi saluti ai pubblici ministeri e calorosissimi abbracci a Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso e inventore di un’altra colossale patacca: l’agenda rossa.
11 AGO 20
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Lunedì scorso, giorno d’apertura del processo sulla fantomatica Trattativa, Massimo Ciancimino, meglio conosciuto come il Grande Pataccaro di Palermo, era entrato nell’aula bunker di Pagliarelli, con la foga di un capocomico che finalmente si riappropria del suo palcoscenico. Libero e bello, si ritrovava di nuovo al centro della ribalta, con cronisti che tornavano a inseguire i suoi racconti da avanspettacolo giudiziario e le telecamere che lo riprendevano mentre distribuiva affettuosi saluti ai pubblici ministeri e calorosissimi abbracci a Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso e inventore di un’altra colossale patacca: l’agenda rossa; un oggetto inesistente attorno al quale si aprono e si chiudono misteri, che un giorno compare e il giorno dopo scompare perché la fotografia ripresa tra le macerie della strage altro non era che quella di un parasole. Fino a lunedì scorso, Massimuccio credeva di potere rivivere finalmente i bei tempi andati, quando Antonio Ingroia. sceneggiatore e regista della maxi inchiesta sulla Trattativa, lo aveva trasformato in “icona dell’antimafia” e lo aveva consegnato, con tutti gli allori e le credenziali, ai giornalisti del suo cerchio magico per farne un eroe moderno. Ma dopo appena due giorni, la felicità ritrovata del giovane Ciancimino si è dovuta interrompere di colpo: i magistrati di Bologna lo hanno arrestato per evasione fiscale e associazione a delinquere con l’aggravante di avere anche favorito le cosche mafiose.
Non è la prima batosta che arriva sul collo dello spregiudicato figlio di Don Vito, il sindaco mafioso di Palermo che fu amico e consigliori dei sanguinari boss corleonesi, da Totò Riina a Bernardo Provenzano. La prima mazzata gli era arrivata quasi due anni fa dalla polizia scientifica incaricata dalla procura di Caltanissetta di verificare se tutte le carte di Don Vito, spacciate da Massimuccio per autentiche, fossero veramente tali. Si scoprì che il ragazzo, con la più elementare tecnica del copia e incolla, aveva aggiunto a un elenco di nomi, steso dal padre per segnalare alcuni funzionari corrotti, quello di Gianni De Gennaro, ex capo della polizia. Il bluff gli costò l’incriminazione per calunnia e Massimuccio fu costretto a passare dalle luci delle trasmissioni televisive, che quasi settimanalmente allestivano per lui Santoro e Travaglio, al buio di una cella. Roba di pochi giorni comunque. Perché sul suo capo finiva per stendersi sempre e comunque la mano santa della magistratura palermitana; di quella procura che, pur di trascinare alla sbarra inquisiti e grandi complici della Trattativa, non poteva certo sacrificare sull’altare di una micragnosa legalità il principale testimone d’accusa; cioè il ragazzo che, pur di salvare il patrimonio miliardario della famiglia, si era trasformato in ventriloquo del padre e in quanto tale avrebbe certificato ai giudici della Corte d’assise trame e scelleratezze degli uomini dello stato che, tra il 1992 e il 1994, erano venuti a patti con la mafia per evitare altre e più devastanti stragi.
L’ordine di arresto firmato dagli inquirenti di Bologna assesta, ovviamente, un altro brutto colpo alla credibilità di Massimo Ciancimino e a quanti gli hanno fatto in questi anni da corona, a cominciare da Salvatore Borsellino che ieri sera, pur di mostrargli una pubblica solidarietà, si è lasciato andare a una pesante allusione: “Temo per la sua vita, in carcere non beva caffè”. L’iniziativa dei magistrati bolognesi, indirettamente, è anche una batosta per i potentissimi colleghi palermitani che, da quando hanno preso Massimo in carico, avrebbero dovuto quantomeno vigilare sui suoi rapporti e sui suoi affari. Invece il Pataccaro ha continuato comodamente a delinquere, a mantenere i suoi contatti con le cosche, a nascondere in casa devastanti quantità di tritolo, a riciclare, a evadere. E a vantarsi spudoratamente al telefono di essere in una tale familiarità con i magistrati della Trattativa da potersi permettere di entrare nei computer della procura e avere libero accesso ai file più delicati.
Questo era l’eroe costruito da Ingroia. Questi sono gli eroi malsani della più incredibile commedia in maschera scritta e recitata nell’Italia che ancora si vuole come patria del diritto.