Il malpartito dei sindaci
Gli italiani hanno risposto all’appello elettorale dei municipi molto meno di quanto avessero fatto per le elezioni parlamentari: un flop di partecipazione increscioso. Eppure l’identificazione dei cittadini con la loro comunità urbana è la più tenace, specialmente nell’Italia delle cento città, e il sistema elettorale adottato per le comunali è generalmente considerato il migliore. La maggior parte degli osservatori, paradossalmente, ha individuato nella disaffezione per la politica nazionale la causa di un dato così elevato dell’astensione, che però si è verificata in elezioni comunali.
11 AGO 20

Gli italiani hanno risposto all’appello elettorale dei municipi molto meno di quanto avessero fatto per le elezioni parlamentari: un flop di partecipazione increscioso. Eppure l’identificazione dei cittadini con la loro comunità urbana è la più tenace, specialmente nell’Italia delle cento città, e il sistema elettorale adottato per le comunali è generalmente considerato il migliore. La maggior parte degli osservatori, paradossalmente, ha individuato nella disaffezione per la politica nazionale la causa di un dato così elevato dell’astensione, che però si è verificata in elezioni comunali. Si può pensare, invece, che siano proprio le amministrazioni municipali e i sindaci, soprattutto nelle maggiori città, ad avere deluso. Da un lato, è nelle concentrazioni urbane che la crisi economica si esprime nel modo spesso più doloroso, a causa della solitudine determinata dalla mancanza della dimensione comunitaria naturale nei piccoli centri, e questo richiede una politica cittadina capace di esercitare funzioni di solidarietà sociale. Non sempre avviene, e la colpa non è sempre e dappertutto dei vincoli di bilancio. Inoltre è dai centri urbani maggiori – in cui sono concentrate le risorse culturali e intellettuali, con le istituzioni universitarie e di ricerca – che dovrebbe partire l’ideazione degli strumenti per la crescita, che non può essere pura ripetizione di un passato che ha condotto prima alla stagnazione e poi alla recessione. E’ responsabilità delle amministrazioni e dei sindaci fornire risposte convincenti in ambedue questi campi.
Ma se si guarda alle esperienze e ai risultati concreti, è difficile vedere segnali di risposte di questo genere provenire dalle grandi aggregazioni urbane, con l’eccezione delle due metropoli del nord-ovest, Milano e Torino. Milano ha cambiato il suo panorama urbano, ha spostato il suo centro direzionale, ha prodotto innovazione molecolare nel sistema delle imprese, sia durante la lunga fase delle amministrazioni di centrodestra sia nella più breve esperienza di Giuliano Pisapia, che si muove in sostanziale continuità con i suoi predecessori, al di là di qualche concessione retorica alla demagogia. Torino ha reagito al dimezzamento della mano d’opera automobilistica con una straordinaria vitalità del terziario moderno, si è data una nuova immagine in occasione delle Olimpiadi invernali e ha persino scoperto una sua attrattività turistica. Altrove, invece, i sindaci non hanno prodotto soluzioni ma solo lamentele e rivendicazioni, magari innervate di giustizialismo come nelle metropoli meridionali, da Napoli a Palermo a Bari. L’assillo dei sindaci è parso più quello di usare le loro splendide città come piedistallo di una carriera politica personale che quello di contribuire con le risorse urbane materiali e umane alla ripresa civile ed economica del paese, e questo vale in parte anche per Matteo Renzi. Non c’è niente di male a puntare a un ruolo politico nazionale da parte dei sindaci, in Francia per esempio questa è una prassi generalizzata, ma sarebbe meglio che il futuro fosse costruito sulla prova di una capacità e di un impegno efficace e riconoscibile nel presente. Purtroppo sono pochi i sindaci che possono vantare questa situazione (e tra questi è giusto ricordare quelli che sono entrati davvero nel governo nazionale).