Il lavoro più difficile per Matteo

Superata non senza qualche perdita la prima puntata dell’operazione riforma elettorale, Matteo Renzi è atteso alla prova, da lui più volte annunciata, di un intervento sul lavoro. Il momento sembra favorevole, visto che negli ambienti finanziari internazionali non si lavora più a un default dei debiti pubblici delle economie più deboli e la domanda esterna e, per qualche aspetto, anche quella interna danno segni di risveglio. Il lavoro in Italia è poco, nel senso che sono pochi in percentuale i lavoratori attivi, soprattutto per una partecipazione assai bassa della manodopera femminile e giovanile. E’ poco qualificato nei settori tecnologici e poco motivato alle funzioni meno gratificanti.
11 AGO 20
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Superata non senza qualche perdita la prima puntata dell’operazione riforma elettorale, Matteo Renzi è atteso alla prova, da lui più volte annunciata, di un intervento sul lavoro. Il momento sembra favorevole, visto che negli ambienti finanziari internazionali non si lavora più a un default dei debiti pubblici delle economie più deboli e la domanda esterna e, per qualche aspetto, anche quella interna danno segni di risveglio. Il lavoro in Italia è poco, nel senso che sono pochi in percentuale i lavoratori attivi, soprattutto per una partecipazione assai bassa della manodopera femminile e giovanile. E’ poco qualificato nei settori tecnologici e poco motivato alle funzioni meno gratificanti. E’ pagato poco e costa invece molto a causa del peso sovrabbondante della tassazione e dei contributi. Per uscire da questa spirale bisogna fare come si è fatto in Germania, prima, e in Spagna, poi: rendere più fluido il mercato del lavoro, sostenere la formazione professionale e l’apprendistato, favorire la contrattazione locale e aziendale, anche uscendo dalle gabbie paralizzanti costruite da contratti nazionali di categoria obsoleti. Spostare il potere di decisione dalle burocrazie sindacali centrali, delle confederazioni del lavoro e di quelle delle imprese, per darlo invece all’interno delle fabbriche e nei distretti a chi direttamente deve gestire i fattori produttivi sarebbe, per l’Italia, una rivoluzione e una liberazione. La prova di Renzi è questa. Manovre di finanza pubblica e riduzioni di tasse, sempre utili, non sono risolutive, anche perchè è evidente che nella situazione di finanza pubblica esistente se si dà da una parte si deve togliere dall’altra, se si abbatte l’Irap si aumenta la tassa immobiliare sui capannoni e alla fine è difficile che il saldo sia tale da promuovere davvero nuova occupazione. Se invece si toglie il potere frenante delle burocrazie centralizzate si aprono prospettive reali, ma questo, e Renzo lo sa bene, richiede una battaglia politica aperta come quella che Tony Blair ingaggiò con la Trade Unions, non una placida concertazione conservativa.