Il contagio non passa dall’Italia
Sarà una sorpresa per molti sapere che il “contagio” che ha tenuto sotto scacco l’economia e la politica italiane per tutto il 2012 non arrivava dai paesi deboli dell’area euro, compresi nell’infelice acronimo Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna), bensì dai paesi più forti, e cioè Francia e Germania. Lo certifica un corposo studio pubblicato ieri dalla Consob, l’autorità che vigila sulla Borsa, dal titolo “Financial contagion during Lehman default and sovereign debt crisis: An empirical analysis on Euro area bond and equity markets”.
11 AGO 20

Sarà una sorpresa per molti sapere che il “contagio” che ha tenuto sotto scacco l’economia e la politica italiane per tutto il 2012 non arrivava dai paesi deboli dell’area euro, compresi nell’infelice acronimo Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna), bensì dai paesi più forti, e cioè Francia e Germania. Lo certifica un corposo studio pubblicato ieri dalla Consob, l’autorità che vigila sulla Borsa, dal titolo “Financial contagion during Lehman default and sovereign debt crisis: An empirical analysis on Euro area bond and equity markets”. I ricercatori Monica Gentile e Luca Giordano analizzano gli effetti sui mercati del fallimento della banca d’affari Lehman Brothers del 2008 e la crisi dell’area euro.
“Contrariamente alle attese, nell’ultima crisi del debito sovrano che ha avuto inizio alla fine del 2010, l’Italia ha ricevuto i maggiori impulsi di contagio non dai paesi più vulnerabili ed esposti (come ci si aspettava), ma è risultata particolarmente sensibile agli impulsi che provengono dai paesi stabili dell’area”. E’ un risultato basato sui fatti che la Consob definisce “controintuitivo” dal quale “emerge con molta chierezza che l’Italia non costituisce, nonostante le sue intrinseche fragilità, un centro di propagazione di contagio ma risulta al contrario sistematicamente al centro di importanti connessioni di contagio che la vedono come paese target”. Erronea valutazione, quella fatta finora e avallata dai più autorevoli organi di stampa, ad esempio il settimanale inglese Economist, e costituisce “evidenza di una abnorme penalizzazione del paese a motivo della sua fragilità reputazionale piuttosto che basata su oggettivi fondamentali economici”.