Crisi europea, l’Italia al contrattacco
Il New York Times di ieri sembrava il Foglio degli ultimi mesi. Un editoriale quasi tutto da controfirmare. C’è establishment e establishment. Non tutti i giornali sono di proprietà di BancaIntesa, come non tutte le banche danno dividendi ai soci, ciò che ha fatto BancaIntesa nel mezzo dell’uragano, fottendosene della ricapitalizzazione e dello spread.
11 AGO 20

Il New York Times di ieri sembrava il Foglio degli ultimi mesi. Un editoriale quasi tutto da controfirmare. C’è establishment e establishment. Non tutti i giornali sono di proprietà di BancaIntesa, come non tutte le banche danno dividendi ai soci, ciò che ha fatto BancaIntesa nel mezzo dell’uragano, fottendosene della ricapitalizzazione e dello spread. Dicono al New York Times (letteralmente, controllate la citazione) che Berlusconi ha fallito e fanno tanti auguri a Mario Monti, ma subito dopo squadernano la verità politica drammatica rivelata dalla tempesta finanziaria in corso. Primo. Non è il deficit o il debito ma la bassa crescita che spinge i tassi di interesse, il famoso spread, e mette in pericolo Italia ed Europa. Secondo. C’è una sola soluzione. La Banca centrale europea deve difendere la sostenibilità del debito facendo da prestatore di ultima istanza e comprando debito italiano per evitare l’avvitamento europeo della crisi, che è interconnessa inestricabilmente. Terzo. Merkel e Sarkozy hanno gestito il governo dell’euro in modo “miserabile”, e il loro rifiuto di agire, i loro calcoli tattici ed elettorali, stanno portando un danno “devastante” ai mercati europei e mondiali.
Berlusconi non deve perdere altro tempo. Non è un capopartito o un capocorrente. E’ Berlusconi. Deve chiedere le elezioni nei dovuti modi, parlando al Parlamento e al paese senza tentennamenti, mettendo le basi per un nuovo inizio fondato sulla democrazia e il consenso dei cittadini. Solo un governo solido, politico, di legislatura, può far sentire la voce dell’Italia in Europa, sfidare i datori di lezione come Sarkozy che si permettono di dire che “l’Italia deve essere rimessa in carreggiata”, promuovere la crescita economica che è l’unica salvezza.
Berlusconi ha compiuto un gesto enorme di responsabilità, ha messo a disposizione la guida del governo senza essere stato sfiduciato, anzi, dopo aver incassato numerosi voti di fiducia. Ha preso atto di una debolezza, e ne ha tratto le conclusioni per il bene del paese. Ma il bene del paese non è, al di là del rispetto personale per il professor Monti, senatore applaudito da tutta l’aula, un governo tecnico per il quale tifano i principali corresponsabili, insieme con una leadership governativa aggredita dalla magistratura e dalla vecchia politica, del disastro (sindacati, Confindustria, banchieri arruffaconti, élite trasversali incapaci di capire che la paralisi decisionale del governo, via signorina Ruby, avrebbe comportato anche la paralisi dei mercati, via signorina Spread). Di Tremonti non vale neanche la pena di parlare, è stato un caso clinico di ambizioni sbagliate e di piccolo tributarismo ideologico (un alto diplomatico romano lo ha definito davanti a me un “accountant”, un ragioniere commercialista). Ma i governi italiani sono incapaci per le regole del sistema di liberarsi dei casi clinici, devono convivere con la pazzia. Solo le elezioni, nella consapevolezza del carattere europeo della crisi, riformulando tutto, possono trasportarci in una dimensione di sicurezza politica economica e finanziaria. Sarà dura, l’aggressività dei mercati non si fermerà, ma è l’ultima e decisiva battaglia che deve essere combattuta. Non con la ricerca della bella morte, ma nemmeno con la mediocrità della paura e dell’ambizione di piccolo riciclaggio.
A Milano oggi ci ritroveremo in tanti. Canteremo la canzone del maggioritario, riaffermeremo che in linea di principio non esistono governi che non siano stati scelti da chi è governato. E che in linea di fatto i governi tecnocratici possono solo fare pasticci, la loro capacità di rassicurazione di investitori e risparmiatori è un penoso inganno. Liberi e combattivi, ce la faremo. Subito al voto.
Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
