Così la Confindustria tedesca smonta il catastrofismo sull’Italia

Italia alle corde? Neanche per sogno. I fondamentali sono solidi, quello che manca al nostro paese è la crescita. Così, in uno studio pubblicato in queste ore, l’Institut der deutschen Wirtschaft di Colonia (IW), prestigioso istituto di ricerca economica nato nel secondo Dopoguerra e finanziato dalla Confindustria tedesca: “Le prospettive economiche future per Roma – scrive l’autore Jürgen Matthes – non sono così buie come qualche scettico sostiene”. A differenza degli altri stati mediterranei in difficoltà, l’Italia vanta infatti un deficit poco superiore al 4 per cento. di Giovanni Boggero
11 AGO 20
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Italia alle corde? Neanche per sogno. I fondamentali sono solidi, quello che manca al nostro paese è la crescita. Così, in uno studio pubblicato in queste ore, l’Institut der deutschen Wirtschaft di Colonia (IW), prestigioso istituto di ricerca economica nato nel secondo Dopoguerra e finanziato dalla Confindustria tedesca: “Le prospettive economiche future per Roma – scrive l’autore Jürgen Matthes – non sono così buie come qualche scettico sostiene”. A differenza degli altri stati mediterranei in difficoltà, l’Italia vanta infatti un deficit poco superiore al 4 per cento, mentre Spagna, Grecia e Portogallo viaggiano tra il 6 e il 9 per cento del loro pil. “Se non si calcolano gli interessi sul debito – spiega ancora l’economista – l’Italia ha addirittura un avanzo primario di quasi l’1 per cento. Gli italiani possono approfittare del fatto che nessun pacchetto congiunturale di rilievo è stato varato durante la crisi finanziaria”.

Stando ai calcoli di tutti gli istituti tedeschi di ricerca economica, il nostro paese dovrebbe crescere quest’anno dello 0,7 per cento, mentre Portogallo e Grecia affonderanno nella recessione. Positivi anche i numeri sul mercato del lavoro: “A differenza di Spagna e Grecia dove attualmente il tasso di disoccupazione si aggira intorno al 20 per cento, in Italia nel 2011 – si legge nella nota – si dovrebbe rimanere sotto il 9 per cento”. Senza contare, conclude Matthes, che “le imprese italiane resistono piuttosto bene sui mercati internazionali. Il deficit di bilancia commerciale (meno 3,5 per cento) è ancora relativamente modesto rispetto a quello degli altri Piigs”.

Due sono invece i principali problemi che attanagliano il nostro sistema economico: l’alto indebitamento pubblico e la scarsa propensione alla crescita. Che fare dunque per risalire il guado? “L’Italia è già stata in grado nel passato di ridurre il debito, passando dal 122 per cento di metà anni Novanta al 104 per cento del 2007. E questo accadde ottenendo anno dopo anno avanzi primari positivi”. Insomma, anche il fardello del debito pubblico non costituisce un ostacolo insormontabile. Certo, senza una crescita sostenuta e costante è oltremodo difficile che l’Italia possa ridurre in maniera sostenibile il rapporto debito/pil: “Nell’ultimo decennio il paese ha avuto il tasso di crescita medio più basso di tutti i paesi industrializzati (0,2 per cento)”. E’ insomma arrivato il momento di fare sul serio, ci sprona l’Istituto mettendo in homepage la foto di un roboante motore Ferrari.
“E’ opportuno – conclude Matthes – che il governo italiano implementi le riforme annunciate nelle scorse settimane. Soltanto una loro attuazione può sottrarre l’Italia dalle intemperanze dei mercati finanziari”. Secondo l’istituto di Colonia, insomma, l’attuale crisi italiana, vissuta in questi giorni con grande apprensione da tutti i quotidiani tedeschi, dipenderebbe più che altro dall’impasse politica che, da anni, impedisce di approvare le riforme necessarie. Tra queste si annoverano la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, l’aumento dell’età pensionabile, l’introduzione di un sussidio universale di disoccupazione, un taglio netto alla burocrazia. Tutte misure che fanno parte della cosiddetta “agenda Draghi”. In buona sostanza, secondo i tedeschi, l’Italia se la può cavare da sola, senza catastrofismi e senza ricorrere a interventi straordinari di Bce o Fondo salva stati (Efsf). Una convinzione che, conoscendo le perplessità teutoniche in ordine ai salvataggi, assomiglia anche a una speranza.

di Giovanni Boggero