Così il G20 (senza vip) vuole dare una scossa alle riforme
Come capita a certe prime della Scala, la lista degli assenti rischia di oscurare la sfilata dei presenti al meeting dei ministri delle Finanze del G20 di Los Cabos, l’ultimo sotto regia messicana prima che il testimone passi, a gennaio, alla Russia. Ma non per questo sarà meno “calda” la doppia sfida tra l’Europa alla tedesca e il resto del mondo sia sul fronte delle riforme dei mercati finanziari sia sulle terapie della crisi. Domenica e lunedì, al meeting di ministri e banchieri, mancheranno però le due star degli ultimi G20, compreso quello di Pittsburgh anno 2009, quando, sotto lo choc scatenato da Lehman Brothers, il vertice assunse quasi la forma di una Costituente per la riforma della finanza globale.
11 AGO 20

Milano. Come capita a certe prime della Scala, la lista degli assenti rischia di oscurare la sfilata dei presenti al meeting dei ministri delle Finanze del G20 di Los Cabos, l’ultimo sotto regia messicana prima che il testimone passi, a gennaio, alla Russia. Ma non per questo sarà meno “calda” la doppia sfida tra l’Europa alla tedesca e il resto del mondo sia sul fronte delle riforme dei mercati finanziari sia sulle terapie della crisi. Domenica e lunedì, al meeting di ministri e banchieri, mancheranno però le due star degli ultimi G20, compreso quello di Pittsburgh anno 2009, quando, sotto lo choc scatenato da Lehman Brothers, il vertice assunse quasi la forma di una Costituente per la riforma della finanza globale. Allora guidarono le danze Tim Geithner, fresco di nomina al Tesoro americano, e Mario Draghi, eletto a guida del Financial stability board (Fsb). Domani i due salteranno la trasferta. Assieme a un’altra eminenza grigia della finanza mondiale: il governatore della banca centrale cinese Zhou Xiaochuan, già grande protagonista della vigilia di altri G20, quando la Cina lanciò l’idea di sostituire il dollaro con una riedizione dei diritti speciali di prelievo di keynesiana memoria. Stavolta Zhou ha deciso di restare in patria in vista del Congresso del partito che si aprirà giovedì. Pure Geithner ha più di una giustificazione: il meeting si tiene nell’immediata vigilia delle elezioni Usa.
Comunque vada a finire il duello per la Casa Bianca, poi, Geithner farà le valigie nella speranza di essere richiamato a Washington nel 2014 per sostituire Ben Bernanke alla Fed. I più maligni, poi, sospettano che lui non voglia affrontare gli interlocutori cinesi, a pochi giorni di distanza dalle invettive anti-Pechino lanciate in campagna elettorale. E Draghi? Il presidente della Bce, che si farà sostituire dal suo vice Vitor Constancio, ha buone ragioni per stare alla larga da Los Cabos: lasciare a Wolfgang Schäuble, il ministro delle Finanze tedesco che ha annunciato una lunga relazione al vertice, l’onore/onere di difendere l’austerità “renana”; evitare di pronunciarsi sugli indugi della Spagna di Mariano Rajoy, che continua a rinviare la richiesta degli aiuti da parte di Bruxelles. Non rubare, infine, la scena al suo successore alla guida del Fsb, Mark Carney, governatore della banca centrale canadese, cui tocca il non facile compito di evitare che le ambiziose riforme del sistema della finanza globale non finiscano nei cassetti per l’azione delle lobby bancarie. A lui si devono riforme tecniche di un certo rilievo (tipo una sorta di carta d’identità elettronica per tutte le banche che possa scongiurare truffe e omissioni). Ieri il Fsb ha pubblicato l’elenco delle banche sistemiche “quelle troppo grandi per fallire”. Il numero scende di una unità a quota 28. Escono di classifica Dexia, travolta dalla crisi, Commerzbank e Lloyd Bank. Entrano la spagnola Bbva e la britannica Standard Chartered. Più importante ancora, il Fsb ha stabilito che cinque banche – Citigroup, Deutsche Bank, Hsbc Royal Bank of Scotland e JP Morgan – dovranno dotarsi di un capitale aggiuntivo pari al 2,5 cento rispetto ai requisiti previsti da Basilea 3. Molto è stato fatto, il più resta da fare. Come ha fatto notare pochi mesi fa il fondo monetario internazionale, una sola delle sei raccomandazioni fatte a suo tempo dal G20, cioè gli aumenti di capitale delle banche sistemiche, ha avuto sviluppi concreti soddisfacenti. Insomma, da Costituente delle riforme, il G20 si è trasformato in una sorta di assise per fare il punto sullo stato della crisi. Un’arena in cui si rinnoveranno le pressioni sull’Europa (modello tedesco) che va a Los Cabos con un tasso di disoccupazione record dell’11,6 per cento mentre Usa e Cina migliorano. Ma nessuno, al proposito, si aspetta aperture dalla squadra di frau Angela Merkel.