Così il direttorio franco-tedesco ha aggredito il debito e le banche italiane

Ancora mercati contrastati sull’Italia: ieri, mentre Piazza Affari chiudeva in positivo (più 1,3 per cento) in controtendenza con gli altri listini europei – sulla scia delle ventilate dimissioni del premier, secondo molti analisti –, il differenziale tra Btp decennali italiani e Bund tedeschi raggiungeva un nuovo picco record, 491 punti, segnalando un elevato rischio percepito dagli investitori, salvo poi calare nel pomeriggio e tornare a 485 punti in serata.
11 AGO 20
Immagine di Così il direttorio franco-tedesco ha aggredito il debito e le banche italiane
Si prenda il caso delle ricapitalizzazioni richieste ai nostri istituti dall’Eba, la European Banking Authority, ovvero 14 miliardi di euro di nuove risorse da trovare subito. La beffa è evidente: nell’accordo Ue sulla ricapitalizzazione delle banche chi paga il conto più salato sono soprattutto gli istituti italiani. Che devono mettere sul tavolo quasi la metà di quanto è chiesto alle banche greche (30 miliardi). Con una grecizzazione d’ufficio, dettata dal duetto Sarkozy-Merkel, le banche italiane vengono ripagate così della loro buona tenuta durante la crisi dei mutui subprime e del modello di business prudente che le ha tenute alla larga dalla lunga scia di salvataggi e nazionalizzazioni del 2008.
Sono Francia e Germania a scrivere le regole per le banche – ha protestato negli scorsi giorni il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, con inedita virulenza – Quelle nuove regole, indicate dall’Eba, sembrano fatte apposta per penalizzare le banche italiane, le quali non hanno avuto la responsabilità nei dissesti finanziari”. Alle banche francesi e tedesche l’Eba, l’autorità di vigilanza europea guidata dall’italiano Andrea Ernia, chiede uno sforzo molto minore: 8,8 miliardi in totale alla Francia, 5,18 alla Germania. E basta snocciolare i nomi degli istituti per capire perché il conto sorprende. Oltralpe: Bnp Paribas, Crédit Agricole, Bpce e Société Générale che tra scandali di trader avidi e timori di insolvenza non sono passate inosservate. In Germania: Deutsche Bank, Commerzbank, Hypo Real Estate Holding, WestLb e altri istituti locali che non hanno brillato per solidità nella crisi. I dati finali sul capitale necessario verranno diffusi a novembre, ma se il trend è questo, come può essere che le banche più virtuose siano diventate tutto a un tratto quelle più a rischio? Il peccato originale questa volta non si chiama subprime o derivato, ma debito sovrano.
E’ questa la variabile impazzita finita nel mirino del meccanismo partorito dall’Eba (che in quanto organo consultivo risponde agli indirizzi delle autorità politiche Ue, in definitiva di Francia e Germania). La richiesta dell’authority è di aumentare dai livelli attuali la riserva di patrimonio più solido (il famoso Core Tier 1) al 9 per cento rispetto alle attività ponderate per il rischio. Come notava ieri anche Marcello De Cecco su Repubblica, nel calcolo del capitale necessario per arrivare al 9 per cento l’Eba ha chiesto di “valutare in bilancio tutti i titoli di stato ai prezzi di mercato, anziché a quelli nominali, anche quando si tratti di titoli detenuti fino alla scadenza”. Ovvero: le banche devono quantificare anche le perdite che avrebbero nei loro bilanci se vendessero ora sul mercato i titoli di stato (i cui valori oggi sono penalizzati dai timori della crisi del debito sovrano nell’Eurozona innescati dalla Grecia), incrementando il capitale di conseguenza.
Tecnicamente, questa è la novità, significa contabilizzare quei titoli secondo il mark-to-market invece che il valore storico. Così sui 14 miliardi totali chiesti agli istituti italiani, ben 9,5 miliardi, il 64 per cento, dipendono dalle potenziali perdite ai valori correnti sulle obbligazioni governative dell’Eurozona. Un’ipotesi però remota: le banche italiane non pensano certo a venderli, così come non hanno mai avuto l’abitudine di farlo visto che preferiscono tenerli a scadenza. Il risultato è che si chiede di trovare più risorse a chi probabilmente non ne ha poi più di tanto bisogno, mentre l’asse franco-tedesco porta a casa un vantaggio reale: gli istituti italiani incassano minusvalenze potenziali dai molti Btp in portafoglio, le banche francesi e tedesche possono compensare le minusvalenze in carico ai diversi titoli di stato periferici (Grecia, Portogallo e Irlanda comprati per fame di rendimento) con le laute plusvalenze dei loro Oat o Bund.
Non solo: il meccanismo messo in piedi è molto più indulgente su quel mondo bancario che ha fatto incetta di titoli speculativi e illiquidi, ma punisce chi ha sostenuto l’euro comprando il debito nazionale: il documento dell’Eba non prevede infatti nessuna iniziativa specifica per intervenire sui rischi legati al mondo degli investimenti cosiddetti “level 3”, titoli che perché complessi o poco trasparenti non hanno un mercato su cui calcolare il prezzo ma sono valutati a bilancio secondo modelli matematici. Ebbene, le banche italiane sono state alla larga da questi titoli, non così le tedesche e francesi. Deutsche Bank ha titoli tossici in quantità pari al 96 per cento del proprio patrimonio. Intesa, Unicredit e Mps soltanto il 10 per cento, eppure il “direttorio Ue” ha deciso di scaricare su di loro le incertezze nate nel focolaio greco.