I magistrati di riferimento sono Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, meglio conosciuti come i pm comizianti di Palermo. Sono stati loro che, per tre anni, lo hanno gestito fino a trasformarlo, parole di Ingroia, in una “icona dell’antimafia”. E sono stati loro che gli hanno consentito di “mascariare” impunemente i più alti vertici dello stato, dal capo del governo a un ex ministro di centrosinistra, dal prefetto De Gennaro al generale Mario Mori, il capo dei Ros che, nel gennaio del 1993, riuscì a catturare Totò Riina, sanguinario boss dei corleonesi. Fino a Giorgio Napolitano contro il quale Massimuccio ha lanciato addirittura l’accusa di avere tramato sottobanco con i magistrati di Caltanissetta per spingerli a prendere le distanze da lui e a incriminarlo per calunnia.
In un paese normale, un così grande scandalo di stato avrebbe dovuto suscitare un’impressionante serie di inchieste e di interrogativi. E avrebbe anche dovuto provocare una ventata di sana indignazione – va tanto di moda oggi l’indignazione – nei puritani che in questa stagione confusa girano per piazze e palasharp o in quelle forze “sinceramente democratiche” alle quali, teoricamente, dovrebbe stare molto a cuore l’equilibrio dei poteri e la rispettabilità dell’ordine giudiziario. Invece niente. Zitti e muti. Dal ministero di Giustizia, che sembrava lì lì per inviare gli ispettori, al presidente della commissione parlamentare antimafia, Giuseppe Pisanu, il quale anziché avvalersi dei suoi poteri ha preferito affidare la pratica a un guitto manettaro che non ha trovato di meglio che esibirsi con un motto complice e minaccioso: “Nessuno tocchi Ingroia”. Certo, è intervenuto il comitato di presidenza del Consiglio superiore della magistratura, mosso da un disagio che la sensibilità di Napolitano, da presidente del Csm, non poteva non avvertire. Ma la patata calda è poi rotolata nelle mani della prima commissione disciplinare, composta a maggioranza da magistrati, che non sa più che cosa fare: prima ascolta il procuratore della direzionale nazionale antimafia, Piero Grasso, quello che voleva fare da paciere tra le procure di Palermo e Caltanissetta; poi chiede una relazione ai procuratori generali e poi, chissà, entrerà forse nel merito dello scandalo cercando finalmente di capire come sono andate le cose non attraverso le note burocratiche dei diretti superiori ma dalla voce dei diretti interessati.
In fondo però, i commissari del Csm bisogna anche capirli. Perché Palermo, nido e culla dello scandalo Ciancimino, ha inviato un segnale, chiaro e affilato, che solo uno sprovveduto non avrebbe saputo decifrare. E’ partito alla fine della settimana scorsa quando Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, incalzato come si deve da Gianni Minoli, ha detto a “La storia siamo noi” che sul maleodorante caso del figlio di don Vito era necessario “fare chiarezza”: per conoscere fino in fondo la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Apriti cielo. Palermo non ha gradito e nel giro di poche ore il dottore Di Matteo, nella sua veste di presidente provinciale dell’Anm, e il dottor Vittorio Teresi, segretario distrettuale, hanno fucilato Palamara con parole di fuoco. Accusandolo in pratica di volere delegittimare e isolare i coraggiosi colleghi, “in un momento in cui l’iniziativa del Csm già rischia di farli apparire ancora più isolati”.
Su questo scandalo dunque – che Ciancimino Jr. tenta di sotterrare sotto una seconda coltre di fumo e di bugie – calerà probabilmente anche il silenzio invocato con tanta veemenza dall’Anm di Palermo. I giornaloni – quelli che si sono prodigati, con articoli e interviste, nel rivestire il pataccaro di credibilità – hanno già ubbidito. All’appello manca il Csm, ma il buon giorno si vede dal mattino e le previsioni consentono ai silenziatori della verità di non disperare.
E manca pure Michele Santoro, padre putativo, mediaticamente parlando, dell’icona creata dalla procura di Palermo, invitato spesso e volentieri in studio per il lancio e il rilancio delle “accuse” alla classe dirigente. Giovedì sera, in apertura di Annozero, il conduttore ha promesso che dirà la sua. Ma solo nell’ultima puntata. Magari quando il pataccaro, già in libertà provvisoria – la carcerazione preventiva per la calunnia, senza il tritolo, scade fra qualche mese – sarà ancora una volta l’ospite d’onore della trasmissione. Libero di insultare e di “mascariare” chi vuole.